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capire. Mi avvicino. Lui indietreggia. Afferro un ramo con due mani e mi tiro su, puntando i piedi sul tronco. Allungo il braccio e butto a terra una decina di frutti. 
Il facocero mangia, si tranquillizza e scompare di nuovo. 
Gia' che ci sono, decido di rimpinguare la scorta. Mele in tasca, nel maglione, ovunque. 
Non vedo l'ora di raccontare a Gaia che il suo supereroe preferito ha addomesticato un cinghiale.
Animale schivo, selvaggio, a tratti feroce. Simbolo stesso del bosco e delle sue forze occulte.
Poi mi viene un dubbio, che mentre scendo diventa certezza.
La certezza che sia il facocero che ha addomesticato il sottoscritto.


23. Trappole

A lato della strada scorre un fiume di caffelatte. Ma non e' il Paese dei Balocchi. Niente alberi di sigarette, niente laghi di whisky.
Sullasfalto della piazzola, mischio di pioggia e polveri di scavo. Matasse di nebbia trasformano il ripetitore in scultura metafisica, traliccio metallico sfumato nel nulla.
Due ombre si infilano tra cespugli fradici.
- Come mai non e' venuto anche Boni?
- Che centra Boni? Un conto e' quando andiamo per uccelli. 
- Ah, okay.
- In queste robe non ci portiamo nessuno. E nemmeno ne parliamo in giro.
- Su quello puoi star sicuro.
Sicuro un cazzo. Quando uno si sbronza tutte le sere, non puoi aspettarti che vomiti acqua fresca. Devi solo sperare che non gli diano corda. 
Lo stivale di Sardena scivola su una pietra umida. Lastroni della strada medievale, forse romana, che raggiungeva il crinale in quel punto per poi scendere al passo della Locanda in fiamme. Ne restano poche decine di metri, non abbastanza per attirare i turisti. Al contrario, la zona e' quasi deserta: scarsa per i funghi, niente castagni, vegetazione troppo fitta per la caccia e panorama nascosto dagli alberi.
- Lhai sentito anche tu? - il compare si ferma di botto.
- Che?
- Il rumore. Come il verso di un animale. 
Sardena tende lorecchio. La pioggia gronda dagli alberi. Il bosco non ha altra voce.  

Arrivato al confine dellOasi Protetta, il selettore De Rocco passa una mano sul ciuffo bagnato.
Inutile proseguire: il cinghiale si e' rintanato nel bosco delle Banditacce, intrico di acacie, rampicanti e rovi. Una bestia di grosse dimensioni, dal comportamento insolito. L'ha vista scalciare, girare in tondo come un cane prima di accucciarsi, scattare, fermarsi, rotolare sul fianco per diversi metri. Subito ha deciso di seguirla, di verificare, mollando il fucile e abbandonando l'altana. 
Locchio del selettore scruta il fitto del bosco. Il sole e' appena tramontato, ma dalle Banditacce sgorga la notte. Brandelli di nebbia s'infilano a fatica tra gli arbusti. Il nome del posto non e' casuale: facile immaginarsi un covo di banditi, in mezzo al groviglio, e viaggiatori terrorizzati, lungo lantica strada.
L'oscurita' montante e i vestiti bagnati convincono De Rocco a tornare verso la posta.
Appena due passi e qualcosa lo ferma.

Questa volta e' Sardena a bloccarsi per primo, piede sospeso in aria, come una marionetta inceppata.
Non apre bocca. Solo un cenno. Laltro lo segue.
Le trappole sono cinquecento metri piu' su, un punto di passaggio disseminato da merde di daino. Lacci di filo per freni da bicicletta. Roba fatta in casa, in attesa degli aggeggi promessi dallalbanese: tecnologici, infallibili, ad uccisione immediata. Per il momento, bisogna accontentarsi del solito marchingegno: un alberello messo in tensione da una corda con in fondo il laccio. Legato alla corda, un gancio, o un bastoncino, si attacca ad un piolo piantato per terra. La preda infila la testa nel laccio e sollecita la corda. Il gancio molla la presa. Lalberello e' libero di tornare in posizione. Il filo di ferro si stringe e strozza lanimale, evitando di farlo strillare troppo, col rischio di attirare predatori o guardiacaccia.
Nel caso specifico, qualcosa non ha funzionato. Lalberello puo' essersi impigliato e il laccio non se' stretto bene. La trappola puo' essere calibrata male, non
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