<A HREF="guerra_agli_umani055"><</A>
piuttosto semplici: tre giri intorno al tronco col muso incollato per terra, muovendo la testa da una parte all'altra, in cerca di qualcosa. Alla fine del terzo giro iniziare a tremare, perdere bava dalla bocca, avventarsi sull'albero con le zanne e gli zoccoli, almeno cinque volte. Fare altri due giri. Terminare con sei piroette all'inseguimento della coda, poi quattro capriole in avanti e di nuovo ad libitum dall'inizio.
Se non fosse per la marijuana, farei fatica a mantenere la calma. L'intera coreografia non sembra studiata per trasmettere serenita' e pace interiore. Alla seconda replica, una cosa appare chiara: il facocero e' in astinenza da mele. Le cerca per terra, cerca di farne cadere. Invano, poiche' l'albero e' spoglio:  il sottoscritto l'ha ripulito due sere fa. 
Quasi potesse fiutare i pensieri, il facocero interrompe la danza e si mette a fissarmi, tremante. Un brivido piu' forte degli altri lo scuote tutto. Riprende con le piroette, ma non piu' intorno all'albero. Questa volta viene verso la grotta. In bocca, l'imitazione suina di un pianto da neonato.
Forse non e' il momento migliore per mettere alla prova un'ipotesi. Forse sarebbe meglio spegnere il joint, rotolare dentro e sbarrare la porta. Ma i muscoli scioperano, la porta non ha catenacci e le mele sono li', a portata di mano. Tanto vale provare.
Mi infilo tra le ginestre e scendo alla grotta per prenderne una. Il facocero si blocca, sull'orlo della dolina, senza smettere di rotolarsi e tremare.
La mela e' l'ultima, spero gli basti. In questi due giorni non ho mangiato altro.
La soppeso un secondo, poi lancio.
Il facocero alza il muso, segue la traiettoria. Fa uno sforzo per fermarsi, come se una volonta' superiore lo stesse costringendo a quel circo. Brividi elettrici scuotono le zampe e la testa. Spalanca le fauci, salta a mezz'aria e inghiotte al volo.
Di colpo il tremore si arresta. Niente piu' capriole, niente piroette. Le setole si sgonfiano, le fauci si asciugano. Lo sguardo si fa intimorito, quasi mansueto. 
Abbassa la testa, gira gli zoccoli, e scompare veloce nel fitto del bosco.

Passano sei ore. Sto mettendo a essiccare foglie di ogni genere, per individuare l'alternativa ideale alle cartine king size. A un tratto, il muso facocero si affaccia ancora tra i cespugli.
La testa e' scossa dal solito parkinson, gli occhi allucinati, le zanne bavose.
Allargo le braccia, con gesto eloquente. Il sottoscritto ha finito le scorte.
Per tutta risposta, il poveretto si mette a vomitare una specie di zabaione, poi le zampe cedono di colpo, come colonne schiantate dal terremoto. Il facocero perde lequilibrio, cade su un fianco, precipita ruzzolando lungo lo scosceso, fino a un passo dallingresso della grotta.
Ovvero a un passo dal sottoscritto. Che resta immobile, indeciso tra paura e compassione, cercando di evitare gesti improvvisi o equivocabili.
La bestia si rialza a fatica, mi guarda, fa uno scatto deciso in direzione del bosco. Si volta e mi guarda ancora. Un altro scatto, si ferma, volta di nuovo la testa. Lancia un grido e riparte.
Nel linguaggio dei cani significa: Seguimi. In quello degli ungulati puo' voler dire tuttaltro. Uno spiacevole falso amico tra lingua canina e cinghiala.
Da quel che ricordo, non c'e' un corrispettivo di Babele, nella storia del rapporto tra Geova e gli animali.  Lungi dal voler attribuire un valore scientifico all'Antico Testamento, memore dei drammi di Galileo e Giordano Bruno, decido lo stesso di seguire il Facocero e vedere che succede.
Succede che lui continua ad avanzare, per quanto rallentato da capriole improvvise, piroette, attacchi di nausea. Per fortuna, il tragitto e' breve. Ci addentriamo nella macchia per qualche centinaio di metri. Superiamo un paio di tronchi che sbarrano il passo. Approdiamo a un piccolo prato, ripido, a picco sulla valle, di quelli che viene voglia di correre e provare a volare.
Il facocero circonda un albero con i passi sgraziati del suo valzer silvestre. Non ci vuole molto a
<A HREF="guerra_agli_umani057">></A>