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affilato, che agitava lerba come volute di fumo. Rizzi si fermava un attimo appena, tempo di impregnare gli occhi con visioni di cielo e di terra, poi scendeva al passo, mollava il cane, si piantava allincrocio di tracce diverse, puntava la doppietta e aspettava la lepre. Aveva un paio dore: alle sette tornava verso casa, svegliava la moglie, faceva una doccia e andava in ufficio.
Il sabato, anche senza lavoro, la sveglia non cambiava. La domenica cera la battuta al cinghiale.

Rizzi non era il solo ad apprezzare i colori dellalba che accendevano la valle. Dal monte Ceraso, con prospettiva diversa, Cinghiale Bianco amava seguire lo stesso spettacolo. Quel primo sabato di ottobre, lui, Erimanto e Zanne d'Oro, cercavano nella prima luce una specie di benedizione. Le cime dellaltro versante assorbivano raggi assonnati, e lombra scivolava lenta sul bosco come la sottoveste di una spogliarellista. Quando il sole li colpi' sulla nuca, i tre si voltarono per sentirlo sbattere sulle palpebre chiuse. 
Capirono allora di essere pronti.

Quel primo sabato dottobre il cane di Rizzi sembrava confuso. Annusava il bosco, le orecchie che sfioravano terra e la coda dritta, senza risolversi a seguire una direzione. Andava, tornava, girava in tondo, faceva un breve scatto a destra, uno a sinistra, tutto con strana incertezza.
Rizzi non staccava gli occhi dalla pista. Ogni tanto, senza guardarla, stappava la borraccia per un sorso di caffe'. Pensava al solito appuntamento del sabato, dopo caccia, funghi o qualsiasi altra cosa.
Rina lo aspettava alle dieci, nel vecchio rudere delle Banditacce.

Ne scovarono uno dopo lunghe ricerche, sul giogo spelacchiato tra il Belvedere e Colle Torto. Cinghiale Bianco si apposto' per tenerlo docchio. Gli altri due perlustrarono la zona. Il cane senti' Erimanto e prese ad abbaiare. Lui fece la cosa giusta: usci' allo scoperto, lascio' che il cacciatore lo notasse e si rituffo' tra le felci, smuovendole con un bastone come un cercatore di funghi. 
Fece un giro largo e torno' alla base. Zanne d'Oro confermo': il tizio era solo.
- Andiamo? - chiese Erimanto 
- Non adesso.
- Se aspettiamo, quello lammazza - obietto' Zanne d'Oro.
- Ammazza anche noi, finche' ha lo schioppo in mano.
- E allora quando?
- Appena torna indietro, col fucile scarico, a tracolla. Vediamo che sentiero prende e lo precediamo.
Erimanto si pettino' la barba con le cinque dita.
- E il coso?
- Chi?
- Il cane.
- Il cane e' da lepre, a noialtri non ci tocca.

Il cane abbaio' ancora. Aveva levato la preda. Rizzi fischio' per ricordargli la posizione e si sforzo' di sciogliere i muscoli. Collo e spalle erano un unico nodo. Senti' lanimale scartare tra i cespugli per costringere la lepre a imboccare la traccia. Senti' il rumore della corsa sul terreno aperto. Senti' un latrato piu' vicino.
La lepre passo' in un batter di ciglia. Rizzi tiro' il grilletto e la manco'. Il cane non la perse di vista.

- Sicuro che non ci tocca?

Al secondo passaggio, Rizzi fu piu' attento, o piu' fortunato. Il cane gli porto' la lepre a due passi. La bestia era sfinita, stordita dagli spari e dalla stanchezza. Non fece in tempo a buttarsi nella macchia.
Un bel maschio, grosso, color terra secca.
Il cacciatore annoto' sul taccuino le caratteristiche principali. Era la quarta, da inizio stagione.
Attacco' il cane al guinzaglio e imbocco' il sentiero per le Banditacce, gia' pregustando la seconda preda.
Rina aveva piu' o meno la sua eta'. Di corpo non era male, ma la faccia non si guardava due volte. Il naso le cascava in bocca, scavalcando un paio di baffetti appena accennati. La pelle pareva terreno lunare, disseminata di crateri. Capelli grigiastri, arruffati come fieno, e denti giallognoli completavano il quadro. Rina pero' faceva tutto. Chi la conosceva bene sosteneva fosse una linfomane. Bastava qualche complimento, le parole giuste, e quella scordava ogni inibizione, pronta per le proposte piu' strane. 
Rina era quasi sempre puntuale. Quel 
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