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premuroso.
- No, grazie. Ho fretta.
- Allora vieni, accomodati.
La mano asciutta indico' la porta del bagno. Fazbar era un maniaco di quelle stronzate. Aziono' la doccia, il rubinetto e lasciugacapelli.
- Parla pure.
Laltro ne approfitto' per lavarsi le mani.
- Mi servono cinque uomini. Prima possibile. Piu' robusti sono, meglio e'.
- Nessun problema. Prima possibile e' tra due settimane.
- Bene. Voglio le fotocopie dei passaporti.
Fazbar si gratto' il riporto: - E a che ti serve? Per vedere se sono robusti?
- No. Per metterli in regola.
- In regola? Cazzo, Jakup, sei diventato buono?
Mahmeti espiro' un sorriso.
- Quando arrivano, mi faccio dare i documenti. Gli do un lavoro di copertura: al canile, nei boschi con Izet, o da qualche imprenditore amico nostro che vuole steccare le spese di regolarizzazione. Se mi mollano, mi tengo i documenti, modifico la data di licenziamento, gli faccio scadere il permesso. I clandestini non hanno niente in mano. Li fai allenare, ma puoi perderli da un momento all'altro. Se invece gli dai qualcosa, poi li tieni per le palle, puoi ricattarli meglio, e tutto sommato spendi pure meno.  
Il mento di Fazbar si allungo' di qualche centimetro, tra stupore e ammirazione. Resto' li' ad annuire, rimuginando il discorso. Poi, come risvegliato dall'ordine di un ipnotista, si diresse verso il tavolo per prendere le fotocopie.

***

Ancora due ore. Il combattimento fissato per le dieci. Geims Oliva detto Cuoio infilo' il trasformatore nella presa di corrente e accese il tosacapelli. Voleva presentarsi all'incontro nel look migliore, anche se a guardarlo ci sarebbero stati solo un paio di amici. Innocenti era stato categorico: muto con tutti, pena l'esclusione.
Dallo stereo a palla, le urla lancinanti dei Rotterdam Terror Corps coprivano il ronzio della macchinetta. Comincio' a passarla sulle tempie. Giusto una ritoccata: da due millimetri a zero. 
Aveva saputo dell'incontro solo una settimana prima. Aveva subito accettato, entusiasta. Giusto gli sarebbe piaciuto chiamare piu' gente: suo padre si sarebbe divertito. 
Non capiva per quale motivo lottare contro un cane fosse proibito. I combattimenti fra cani, quelli non piacevano neanche a lui. Crudelta' gratuita. Violenza forzata. Nessuno stile. 
Prendi due cani. Mettili di fronte. Difficile che inizino a sbranarsi. Li devi costringere in qualche modo. Devi piegarne l'istinto a forza di botte, fame e privazioni. 
Prendi due galli. Mettili nel proverbiale pollaio. Si caveranno gli occhi. 
Prendi un semplice cane da guardia. Mettigli davanti un uomo. Gli saltera' alla gola, e' la sua natura. Altro che sfruttamento. 
Tigre costretta a saltare in un cerchio di fuoco: legale.
Cervo sparato a tradimento: legale.
Chihuahua fasciato nel cappotto di lana: legale.
Topo strafatto di ormoni: idem.
Uomo contro cane: armi pari, pari dignita'. Un abominio.
Per non parlare di quelle tizie che fanno le cose coi cavalli. Zoofilia. Supremo abominio.
Chiedete al cavallo. Preferisce scarrozzarsi uno psicolabile per la seduta di ippoterapia o farsi voler bene da qualche signorina?
Insomma, non era la clandestinita' che affascinava Geims. Gli piaceva piuttosto sentirsi un pioniere, un precursore, protagonista di un'epoca da ricordare con gli accenti della leggenda, quando quello sarebbe diventato uno sport. Ammirato. Ben retribuito. Legale. L'epoca dei muscoli, del sudore, delle zanne animali piantate nella carne. E basta.
Altro che giapponesi a dire banzai e spaccarsi in testa le bottiglie. Altro che americani a fare il bagno nella merda, spruzzarsi gli occhi di peperoncino, buttarsi dalle scale ad uso di una telecamera.
Geims Oliva detto Cuoio stava per diventare gladiatore.

Lincontro si teneva nellarea del nuovo parcheggio, grande spiazzo ancora sterrato dove nessuno avrebbe mai avuto bisogno di posteggiare tante auto. Quelli della Ferrovia Veloce lo avevano offerto al comune in cambio di alcuni permessi. Strano modo di ringraziare. Asfalto chiama
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