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Torino e dai rilevamenti della stradale pare che facevano i centosessanta, prima di schiantarsi.
Certo, a uno sguardo distratto il sottoscritto potrebbe apparire il classico trentenne in fuga. Definizione che respingo con estremo rigore. Preferisco considerarmi il primo anello di una nuova catena evolutiva. Come quel pesce che usci' dall'acqua, si abituo' al fango e divenne anfibio. Chi puo' dire se stava fuggendo da un lucciosauro o se invece era soltanto curioso?
- Non preoccuparti - mormoro a me stesso - Tira fuori il sacco a pelo e aspetta le stelle.
Gia'. Non so neanche lora. Le nubi hanno ingoiato il sole come una pastiglia per la tosse. Il sottoscritto e' senza orologio. 
Per darmi tono, potrei sostenere che il tempo e' solo uno stato danimo. Che le quantita' non esistono e tutto e' incalcolabile sentimento, perche' cento metri non mi dicono niente, finche' non so come devo percorrerli, e dieci chili cambiano, se devo caricarli in spalla o mangiarli, e in questultimo caso gradirei sapere se si tratta di crema o di merda. 
La verita' e' che ho scambiato lorologio con un kit per accendere fuochi: selce artificiale e seghetto dacciaio. Se ce l'avessi ancora, altro che incalcolabile sentimento.
Intanto, tra ansie e riflessioni sara' passato un quarto d'ora e soltanto adesso mi sfiora la mente l'unica cosa davvero importante. Controllo la borraccia. Vuota. Niente acqua. Neuroni nemici tendono a darla per scontata. Ragionano ancora in termini di rubinetto, piuttosto che di sorgente. Acqua potabile per pulirsi il culo.
Vicino alla grotta scorre un torrente ripido, fresco, cicatrice d'ombra e di pietra tra le pieghe della montagna. Polle verdi e profonde si alternano a piccole rapide e le marne scure del fondale sono lisce come lavagne. Purtroppo, sapere che si chiama Rio Conco non alleviera' la sete del sottoscritto. Meglio tendere lorecchio: lacqua buona fa rumore.
Non un rumore qualsiasi. Quello qui sopra pare piuttosto una motosega, inframmezzata da poche, incomprensibili frasi. 
Riprendo a salire, con rinnovata fiducia. Nessuno puo' dedicarsi al taglio del bosco in un punto tanto scosceso. Dunque la zona pianeggiante e' a portata di mano. Piu' o meno la stessa informazione che avevo prima. La rinnovata fiducia deriva solo dall'aver udito voci, rumori umani. Quasi che gli incontri coi miei simili siano sempre piacevoli e confortanti.

Appena la salita s'inclina a piu' miti pendenze, trovo un abbeveratoio per animali, con un filo d'acqua tra il tubo di gomma e la vasca da bagno. L'erba e' morbida come moquette, e i faggi sono piu' radi, vecchi e solitari. Il luogo ideale per una colazione ancora da fare, dopo la notte all'addiaccio, in compagnia dei ghiri.
Colazione significa legna - la parola asciutta suona surreale. Significa costruire con le pietre un supporto per il bollitore. Ho sei etti di te'. Dovrebbero bastare per qualche mese. Finito quello, spero di scoprire le eccezionali proprieta' rinfrescanti di qualche pianta locale. 
Intanto la motosega riprende il suo mantra. Avanzo carico di legna, sperando che la nebbia non mi rubi il bagaglio. 
Sono due. Africani. Segano rami e piccoli fusti. Mi avvicino.
- Salve, gradite un po di te'?
Devo urlare. Spengono la sega, ripeto la domanda. 
Il piu' grosso scuote la testa: - Tu non deve stare qui.
Il piccolo aggiunge: - Noi deve lavorare.
Strana sensazione. Resto qualche secondo a fissare i due tizi e i loro arnesi sferraglianti. Poi decido: gli offriro' il mio te', a qualunque costo. In mezzo al bosco, in mezzo alla nebbia, lontano da centri abitati degni di tal nome, il sottoscritto servira' agli amici boscaioli un ottimo te' cinese. Dobbiamo lavorare e' una scusa inaccettabile. Non tollero che si preferisca la fatica a una tazza di te' caldo. Laroma di questo wulong e' piu' forte di qualsiasi lavoro. 
Mi ci vuole unora. I fiammiferi sono fradici. Selce artificiale e seghetto d'acciaio farebbero desistere un piromane. Non certo un supereroe troglodita, che 
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