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una consegna importante a Sardena, il tizio di Ponte. 
Questa volta i manichini si erano mossi. Pinta era al cesso e Nigeria si era beccato dei ceffoni. Aveva la faccia gonfia e parlava piu' del solito.
- Io non ha detto loro di combattimento. Solo che se non chiama, loro viene a cercare. Adesso io telefono e dico tutto okay.
Dal bagno non arrivava risposta. Il Marcio si inseri' nel soliloquio.
- Dicci dove stanno e come si chiamano. Dopo puoi telefonare anche al Papa.
- Loro non sanno niente
Il Marcio fece uno scatto in avanti e afferro' Sidney per il ciuffo ad ananas che portava in testa. Gli fece piegare il collo, chinandosi per ringhiare a un centimetro dalla sua faccia.
- I no-mi. E il posto dove abitano.
Sidney lo fisso'. Sidney disse: - Roger Ojumba e Make' Zanda. Lavorano per ferrovia. Stanno in Meleto, dove non so.
Il Marcio mollo' la presa. Soddisfatto.
- Pinta, hai finito? - domando' al paio di tette sulla porta del bagno - Muoviti, su. Andiamo da 'sti negri.


7. Dobbiamo lavorare

Polvere dacqua galleggia tra le fronde. La nebbia cancella il mondo, dieci metri oltre il naso. Della grotta, nessuna traccia.
Da un paio d'ore arranco in salita. Terreno tanto ripido che pare strano ci cresca qualcosa. Un ceduo di faggi dritti come spilli, rami bassi e matasse spinose sullo scoperto. Il sentiero: pura utopia. Se esisteva, e' sommerso da ginepri, rovi, legni secchi e scaglie di arenaria franate da chissa' dove. Sembrano anni che l'uomo non passa di qui. In realta', basta molto meno. La selva digerisce in fretta.
Ho scoperto la grotta durante uno stage di assenteismo al comune di Ponte Valmadero. In qualita' di obiettore dovevo guidare lo scuolabus e accompagnare certi nonni a fare la spesa, dal medico della mutua o in pellegrinaggio alla Madonna delle Querce, una domenica al mese. Molte volte, i vecchi non volevano uscire - pioveva, faceva freddo, avevano male alle ossa - e allora il sottoscritto sbrigava le commissioni da solo. Siccome per comprare un etto di prosciutto non mi ci vogliono venti minuti, e non posso passare un'ora dal dottore al posto di un altro, finivo tutto in meta' tempo, caricavo le sporte sull'auto comunale e andavo a farmi un giro. Verso l'ora di cena mi ripresentavo dai vecchi: avevano sempre da ridire sul colore delle melanzane e il grasso della bistecca, ma un racconto biascicato e un piatto di minestra li rimediavo lo stesso.
Stamattina ho preso la mulattiera di allora, in mezzo al castagneto. Poco oltre meta', filo spinato invalicabile bloccava il passo. L'ho aggirato, ma la traccia accanto ai paletti s'e' persa quasi subito, tra piante di cardo, ortiche e ciuffi d'erba da mezzo metro. 
Il sottoscritto ha pensato bene di proseguire. 
Ho pensato: impossibile perdersi, basta risalire il costone, fino al limite tra il bosco e un pascolo piu' pianeggiante, proprio sotto il crinale. Ma la nebbia e il fitto dei rami hanno spazzato via ogni riferimento. Il costone e' diventato uno scivolo. Il crinale un miraggio Lo zaino scava le spalle. La valigia riposa abbandonata in una minuscola radura, all'inizio della salita, dove ho passato la notte. Un giorno, forse, avro' voglia di recuperarla. Per il momento, mi accontenterei solo di cavarmi da qui.
Calma. Hai tutto il tempo che vuoi. Non sei in pericolo di vita. Posso appoggiare lo zaino, stando attento che non rotoli giu', sedermi su un sasso sporgente macchiato di licheni, aspettare che si alzi la nebbia, infilare le cuffie e ascoltare Mingus, godendomi il panorama sulla conca di Coriano. Allora perche' questo sgocciolare d'ansia tra scatola cranica e cervello? 
E' chiaro. Alcuni neuroni del sottoscritto si ribellano ancora alla civilta' troglodita. Sono stato programmato per inseguire, per non fermarmi, per mettere la freccia e arrivare in fondo. Inutile fingersi puri: il nemico peggiore e' sul fronte interno. 
"La fretta e' per chi fugge - diceva mio padre - Per chi scappa e non sa dove andare". Eppure lui e mia madre sapevano di andare a
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