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una scopata. Sono da voi?
- No. Sembrava che venivano, poi hanno girato. Sai cosa fa l'Atletico?
- No.
- Perche' m'e' arrivato un messaggio di Buzza, dice che perdono tre a zero, ma per me e' una balla.
- Sicuro. Se so qualcosa, ti chiamo. In gamba.
Il cellulare torno' nella tasca, accanto all'impugnatura del coltello bowie e all'accendino formato proiettile.
Un solengo "bello grosso" non si vedeva da tempo. Opinione generale: l'Oasi di Monte Budadda funzionava da rifugio. Pressati dalle doppiette, i selvatici si nascondevano dove la caccia era proibita. 
Rizzi non era d'accordo. 
Numero uno dava la colpa al clima, al caldo torrido, all'effetto serra.
Poi diceva che in Romania era diverso perche' negli anni Ottanta cerano stati attenti, avevano controllato la fauna, fissato criteri per l'abbattimento. Cosi' adesso avevano gli orsi nellorto di casa e potevano permettersi di accopparne qualcuno. Idem coi cervi. Ma qui da noi nessuno faceva i censimenti fatti bene, la Provincia fissava i carnieri un tanto al chilo, i controlli erano da barzelletta. Con un andazzo simile le specie piu' delicate rischiavano grosso. Niente piu' lepri. Niente daini. Solo cinghiali. 
La caccia non e' uno sport - diceva Rizzi- La caccia e' passione. E d'accordo sul non chiamarla sport, per far ingoiare frasi fatte agli ecologisti da salotto. "Sport vuol dire armi pari", eccetera. Per Rizzi era diverso: non era uno sport perche' non c'erano record da battere. Cazzate: alzi la mano chi non misura le zanne di un trofeo, chi non passa dal bar a vantarsi del peso di un solengo. E non era uno sport perche' non c'era un vincitore. La passione consisteva in questo: portare ordine nella selva. Eliminare i nocivi. Regolamentare le popolazioni. Affrontare il selvatico con le armi dell'organizzazione: cani addestrati, fucili efficienti, sopralluoghi e scelta delle poste.
Bella passione da ragioniere.
Un cretino, comunque. Capace di incazzarsi se gli dicevano che poteva sparare piu' dellanno prima. Perche' cinque lepri? Li avete fatti i censimenti?
Al diavolo Rizzi. E al diavolo anche Taverna. Boni non aveva tanti soldi. Altro che Romania. Altro che orsi. Se voleva sparare di piu' doveva mettersi con Sardena, che certo di scrupoli se ne faceva pochi.
E se voleva prendere qualcosa li', in quel momento, faceva meglio a star pronto.
I bracchi lavoravano bene: dividere il branco, portare a tiro una bestia per volta. La canizza era assordante. Decine di zampe battevano la pista. Lontane, vicine. In una direzione, nell'altra. Grida suine e spezzarsi di rami. 
Arrivavano.
Boni vide l'onda di adrenalina allagare il sottobosco, afferrargli i  piedi, arrampicarsi lungo la spina dorsale, gonfiare le braccia che sollevavano l'arma. Mire in fibra ottica nuove di zecca inquadrarono le siepi lungo la pista. Pianto' il reticolo su una zona scoperta, oltre la macchia di felci e pungitopo. Venti metri. A giudicare dai rumori, era da li' che sarebbero usciti. 
Respiro' a fondo, immobile, cercando di placare battiti ed eccitazione. Le dita scivolarono sull'otturatore, pronte. Vibrazioni di cellulare solleticarono le palle. Ricevuto un nuovo messaggio: forse il risultato dell'Atletico.
Con scarto improvviso schianti e latrati cambiarono direzione, come moscerini ubriachi di caldo, puntando di nuovo al cuore della fustaia. 
Boni tolse l'occhio dal mirino. Abbasso' il fucile. 
Dall'imboccatura opposta del trottoio un frusciare di sterpi raggiunse le orecchie.
Attimi sospesi. Solita sensazione che tutto svanisca, oltre i primi cespugli. Una scheggia di mondo in orbita intorno a Giove.
Disorientato, muso all'aria, il selvatico nero fiutava la via di fuga tra le poste.
Lo scatto dell'otturatore lo fece partire. Boni non ebbe tempo di mirare. Sparo' d'istinto, alla sagoma, prima che la bestia si rintanasse nel folto. 
Combustione di polvere da sparo. Pressione oltre il livello critico. Sauvestre calibro dodici inizia la corsa. Abbandona il bossolo. Entra nella canna. 
Braccia e 
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