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prima. Al momento, li sopportava appena come amici. Poi una cinquantina di soggetti improponibili, compresi Loris e altri due storici pretendenti in cerca di una mamma. Degli ex, cinque in tutto, meglio non dire altro. 
Charles Bronson era un sanbernardo di cinque anni.
Singleper scelta? Gaia aveva smesso di raccontarsela.   
Abitava subito fuori dal paese, alle Case Murate. Rustici in sasso ristrutturati, di quelli che altrove vanno a ruba tra i villeggianti radical chic. Non a Castel Madero. Non dopo lapertura dei cantieri per la ferrovia veloce. Un villaggio di container aveva colonizzato il panorama. Rumori e passaggi di camion facevano altrettanto coi pensieri. Due appartamenti su sette erano gia' disabitati. 
Il fuoristrada si arresto' davanti al cancello. Gaia spense il motore. Scese.
Il muso di Charles Bronson tardava a comparire.
- Charlie! - chiamo' la donna - Dove sei, bello?
Nessun rumore di cespugli o foglie secche.
Nessuna risposta abbaiata.
Aprire il cancello. Correre alla porta. Controllare di non averlo lasciato in casa.
- Charlie! To', ce' la pappa, vieni?
Una colonna di autocarri si rincorse lungo la strada.
Gaia perlustro' le stanze. Torno' fuori. Era sicura di averlo lasciato in giardino. Il cancello sembrava chiuso bene.
Alla luce delle prime stelle, gia' vecchia di migliaia di anni, trovo' linterruttore dei faretti esterni.
Guardo' sotto le siepi. Dietro la baracca degli attrezzi. Dappertutto.
Controllo' la rete con una torcia elettrica e scopri' la falla.
Charles Bronson aveva scavato. Aveva spinto e deformato il ferro.
Forse inseguendo qualcosa.
E continuando a inseguirla, fino a perdere la strada di casa.


I
Da Emerson Krott, L'invasione degli Umani, Galassie 1981. Capitolo 6.

"Apollo, Dio del calore e della vita, trapasso' coi suoi dardi il serpente Pitone che si torse sanguinolento esalando in un vapore infiammato l'ultimo spiro della sua vita e della sua rabbia impotente. Gli de'i, indignati di vedere la terra abbandonata a mostri informi, prodotti impuri del fango, si armarono a lui dietro: Diana lo segui' da vicino, offrendogli la sua faretra; Minerva, Mercurio si lanciarono ai suoi fianchi per esterminarli; Ercole li schiaccio' con la sua clava; Vulcano caccio' a se' dinnanzi la notte e i vapori impuri, mentre Borea ed i Zefiri disseccavano le acque col loro soffio, e davasi l'ultima opera per dissipare le nubi."
Memoria di Eugenio Delacroix, sul suo Soffitto d'Apollo al museo del Louvre.

Pascolava tranquillo il branco di torosauri, sotto il sole avido del Cretaceo. Quindicina di esemplari sfavillanti squame, intenti a biascicare equiseto e rotolarsi nel fango.
Rimpianse Zelmoguz le solite spedizioni, ricche di partecipanti e generose di prede. Nella caccia al duello, la piu' adatta e spettacolare con bestie come quelle, quindici navi segugio erano il minimo indispensabile.
Dopo lunga insistenza, dopo molto parlare, si era fatto convincere dal cognato a sperimentare una nuova tecnica, l'incalzata al velociraptor. D'accordo, ma durante i salti di singolarita' un passeggero del cargo aveva avuto problemi di ibernazione, ci s'era dovuti fermare al Quinto Pianeta, scongelarlo, farlo riprendere, ripartire. Avevano allungato il viaggio di parecchio, e il convoglio era arrivato a destinazione in ritardo di migliaia di anni. Nel frattempo, a quanto pare, i velociraptor si erano estinti, o avevano intrapreso una qualche epica migrazione, fatto sta che le monoposto segugio, addestrate per individuarne l'odore a grande distanza, non rilevavano nulla di interessante.
All'interfono, la reazione di Arogar: - Chi se ne frega? Gia' che l'abbiamo montata, la trappola, tanto vale usarla lo stesso.
- Vietato - interferi' con voce meccanica la segugio.
- E nient'affatto divertente - preciso' Zelmoguz, sprezzante.
Non aveva torto. L'incalzata mostrava i suoi pregi solo con bestie rapide e scattanti, sauri veloci e di piccola taglia. Dapprima la flottiglia punzecchiava il branco come uno
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