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migliorare.Kupper si alzo' di scatto dalla poltrona. Attraverso' sale e stanze come inseguito da creditori, o fantasmi.
Scese le scale. Da qualche giorno, accusava sintomi di claustrofobia. Kupper usci' dal maniero. Gli uomini della sicurezza guardarono interdetti. Kupper era senza cravatta.
Kupper fece un cenno agli uomini: niente scorta. Kupper camminava a larghi passi, come chi ha deciso di muoversi per regolare un conto. Guardo' eucalipti e sequoie. Scosse il capo. Fuori, il respiro caldo e mefitico della citta'. Kupper fermo' un taxi. Entro', chiuse lo sportello con gesto imperioso. L'autista giro' il capo, forse preoccupato per la tenuta della portiera. L'indirizzo venne pronunciato con estrema secchezza. L'autista si volse, l'auto parti'.
Nel traffico ordinato in meticolose colonne Kupper pote' ascoltare con attenzione la voce che sembrava sorgere dalle viscere. Kupper era portato all'analisi, anche se di rado aveva rivolto tale facolta' contro se stesso. La voce era incessante. Non era un ordine, nemmeno un suggerimento: era una specie di sentenza. Pronunciata da un io interiore che aveva cessato di udire molto tempo prima, e a dispetto della terribilita' dell'esortazione, Kupper fu grato al fato come quando si ritrova un amico dopo molti anni. Kupper comincio' a distendersi. La voce era ragionevole. La voce lo spingeva a fare la cosa giusta. La voce rappresentava la parte migliore rinchiusa nel corpo di carnivoro. Nel corpo avvolto in panni costosi. La via si apriva chiara allo sguardo: rescindere i vincoli, liberare se stesso dalla tirannia dei legami: il figlio morto ammazzato, i familiari, il corpo, l'insensata abitudine al chiacchiericcio interiore e agli sbalzi emotivi stereotipati che aveva sempre considerato la propria personalita'.
Kupper si e' rotto il cazzo.Il magnate sorrise. La frase dettata dalla voce interiore era definitiva. Riassuntiva. Il taxi si fermo'. Kupper mise in mano all'autista una banconota da cento DEN e usci' senza aspettare il resto. L'autista spalanco' la bocca e balbetto' un ringraziamento. Kupper cammino' a larghi passi tra la folla. Gli ingressi dell'Empire State brulicavano di gente. Il posto era di moda. Tutto quel che sapeva di passato era di moda. Cose del tempo delle vacche vive, penso' Kupper. Quanto ci mettevano gli ascensori per arrivare all'ultimo piano?
Ehi. Il piano faceva acqua. La claustrofobia poteva rovinare tutto. Kupper degluti'.
No, avrebbe tenuto duro. Questione di pochi minuti. La claustrofobia poteva mutarsi in esaltazione: l'ultima altalena emotiva. l'ascensore spalanco' le porte, la folla entro'. Al centro della massa di corpi, Kupper sorrise. 

30.QUESTIONI FILOSOFICHE
ovvero: sassolini dalle scarpe


New Hindi Town, Canada, 6 agosto 2025

La casa aveva le finestre al piano terra illuminate. Prima di decidere per la rimessa, ho guardato all'interno. Un vecchio indiano dormiva con la testa sul tavolo della cucina. Sul tavolo c'era una bottiglia. Whisky Mekong. Ho girato tutt'attorno all'edificio. La rimessa poteva andare. Forse potro' dormire. 
La rimessa e' ingombra di oggetti fabbricati da macchine. Puzzo di meccanica, fetore d'uomini. 
Dietro una Mini Cooper originale, fila di scooter fiammanti. La zona e' abitata da gente ricca. Alle pareti, immagini di artisti del passato. Diana Ross e The Supremes. Smokey Robinson e The Miracles. The Who. The Action. James Brown. The Jam. Un' Union Jack. Dietro la fila di scooter, una scansia metallica. Stacco l'Union Jack dal muro, mi sistemo sotto l'ultimo scaffale. Mi copro con la bandiera. 


***

Ananda parlava a pochi centimetri dal volto, reggendo il vecchio compagno per il mento,  l'altra mano a sostenere la nuca. La baracca di legno dove lui e gli altri avevano mangiato il tacchino freddo puzzava di legno marcio. Erano li' per davvero, proprio in quell'istante: non si trattava di ricordi, il passato non c'entrava. Ananda grasso, bianco di pelle, come se la materia vivente del corpo traboccante fosse fatta di
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