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L'avvocato di Felipe Maxim, proprietario di chez Louis, appena chiuso dalla Dissuasiva, era riuscito a liberare il cliente su cauzione. Ora lo scortava alla riunione del Pink Banner Club, l'associazione che riuniva i ristoratori HU del paese e del Messico settentrionale e che pagava una struttura difensiva e spionistica degna di una multinazionale, stile Kupper/Westinghouse, Boeing o Liebig. 
"Certo, ma ora calmati. Vedrai che gli altri ti daranno una mano".
"Una mano! Ho il ristorante chiuso e l'accusa di complicita' in Abbattimento e Macellazione, e tu dici di calmarmi. Sono un uomo finito, Robert. Fi-ni-to." Tiro' su col naso, mentre l'ascensore principale del Pink Molasses Building apriva le enormi porte a scorrimento. Tenendo l'avvocato per il braccio, a bassa voce, prosegui'. "Ecco, vedi? Gia' hanno avvertito il custode dell'ascensore riservato di non farmi entrare, e ora tocca mischiarmi con questa... -Maxim fece una smorfia di disgusto-...folla!"
Felipe Maxim detestava l'odore dei corpi ammassati in un luogo chiuso. I loro sguardi. Le conversazioni insulse. Come se il destino personale potesse essere segnato da un processo osmotico: assimilazione tramite effluvi della sventura altrui. 
Felipe Maxim si teneva superstiziosamente lontano dalla folla. 
"Si, pero' ti hanno invitato alla riunione, come al solito, e hanno pagato la cauzione". L'avvocato puntualizzo' e aiuto' Maxim a sistemare il nodo della cravatta. 
"Strozzini, maledetti avvoltoi. Mi faranno pagare fino all'ultimo centesimo, vedrai... tu non li conosci."
L'avvocato Robert Loomis di Topeka, Arkansas, accenno' un sorriso. 
"Lavoro per te da dieci anni. Quindi li conosco."  

Maxim mostro' il pass agli sgherri. Le porte della sala riunioni si aprirono. Chester De Chiesa, presidente del Pink Banner Club, fece gli onori di casa. "Entra, Felipe. Manca Yip Lee e poi ci siamo. Come ti senti? Tutto a posto?"
"Certo. Come sempre." Il ristoratore HU era stizzito.
Gli altri formavano capannelli e bevevano vino. Maffei, altro italiano del cazzo, impeccabile nel completo blu petrolio. Ward: il mezzo indiano si era mosso da Chicago. Gente anche da piu' lontano: Francisco Reiter, da Mexico City. E svariati altri bastardi: tutti trasudavano agio, potere e freddezza. 
Le riunioni del Pink Banner erano informali. Lo stile dei ristoratori HU era di rado formale, a parte l'impeccabile etichetta richiesta a caposala e camerieri. L'e'lite non poteva essere delusa. Servire e' un'arte, una delle piu' difficili. Le riunioni erano informali, proprio per questo piu' serie di un funerale.
"Niente di personale, signor Loomis. Ma e' una riunione confidenziale, capisce."
Felipe Maxim protesto'. "Non vado da nessuna parte senza Loomis, e non e' la prima volta che assiste a una riunione. Che storia e' questa?" Felipe Maxim si guardo' attorno. "Che avete in mente?"
La faccia untuosa di De Chiesa muto' espressione.  "E' ovvio che non si tratta del solito raduno. Qui non ci sono da spartire aree di influenza o da decidere strategie di marketing, o parlare dei bei tempi quando tutto inizio'". De Chiesa porse un bicchiere slanciato all'ospite. L'ospite controllo' il perlage con gesto automatico. I pensieri di Felipe Maxim si persero dietro le traiettorie ascendenti delle bollicine. 
De Chiesa prosegui'. "Siamo oggi qui riuniti, caro Felipe, per salvare il culo a te. Perche' sei uno di noi, e non ti lasceremo con il sopraccitato per terra. Ora calmati, e vedremo il da farsi."
Maxim fece per protestare. Loomis intervenne. "Lascia stare, Felipe. Credo che tu sia obbligato a fidarti dei tuoi amici." 
"E' obbligato, certo." Gli occhi di De Chiesa brillarono. Loomis accenno' un sorriso, fece spallucce e usci'. Le porte si chiusero alle sue spalle con un soffio.

Loomis attese nell'atrio per un mezz'ora. Maxim usci' dall'ascensore con il passo di un uomo inseguito da uno sciame di insetti.
Loomis si alzo' dalla poltrona in pseudovacchetta e ando' incontro al cliente.
"Allora?"
Il volto di
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