<A HREF="carcajada001"><</A>
blocco delle forze dell'ordine, gli attentatori potrebbero ancora trovarsi nel perimetro dei viali di circonvallazione.
Come se i viali fossero una specie di recinto. Mi parve una cazzata ciclotronica, cosi' uscii, presi la macchina e girai per la citta'. Non c'era l'ombra di uno sbirro. Nessun cazzo di posto di blocco. Nessuno mi fermo'. Sembrava una cosa detta apposta per non far uscire la gente di casa. Ma la gente era _gia'_ fuori di casa, perche' era una splendida serata. Davanti ai pub di via Zamponi, nugoli di maragli berciavano in totale abbrutimento, ingurgitavano cervogia, blateravano di telefonini, pregavano il dio dei falliti perche' trovasse loro un poco di patonza.
Mi trovai con gli altri e discutemmo sul da farsi: attacchinare era troppo rischioso, pensavamo (del tutto a torto) che le forze dell'ordine fossero sotto pressione e che nel profondo della notte avrebbero avuto il prurito al grilletto. Nessuno di noi voleva finire nelle statistiche dei morti da legge Reale. Meglio rimandare. Fu cosi' che ci dirigemmo verso via Valdonica, luogo dell'assassinio. Mario Biasi, giurista del lavoro e teorico dei licenziamenti indiscriminati, era stato ucciso mentre rientrava a casa in bicicletta. Mi venne in mente che in inglese "to fire" significa entrambe le cose: licenziare e sparare.
C'era tutta la Bologna Social Enclave, pazienti e psichiatri. Al momento dell'uccisione, in citta' si svolgevano svariate assemblee e iniziative culturali. Tutti erano accorsi, forse  nelle intenzioni c'era una sorta di "veglia laica", o di "presidio democratico". Di sicuro non una happy hour. Ebbero un ruolo importante gli alcolici: il Fuetazo Cafe' era li' a due passi e le staffette non mancavano. C'erano romanzieri (Carelli, Micosi, Cazzivari, Barbastelli), DJ, biassanott dai nasi purpurei, madamigelle di varie volumetrie, cronisti svogliati, istrioni e mattatori da aperitivo. Continuava ad aggiungersi gente. Un ubriaco latinoamericano urlava: - Muchedumbre, muchedumbre! A cuntos estamos hoy?
Era la notte tra il 19 e il 20 marzo 2002. Nessuno, ma proprio nes-su-no dei presenti s'indignava per le risate e i calembours. Segno dei tempi, tutti capivano la sfida dal basso alla retorica ufficiale. Davvero non ci cascavamo piu', da un pezzo eravamo evasi da musei delle cere e annate di piombo. Dovevano inventarsi qualcosa di peggio, se volevano frenare la spallata delle moltitudini al regime del meso-impero.
Qualcosa di peggio.

Finche' non mi venne in mente una cosa, anzi, diverse cose. Quegli schiamazzi notturni erano sotto le finestre di una famiglia che aveva appena subito un atto di barbarie. Biasi aveva 52 anni e due figli, esattamente come mio padre. Al di la' delle transenne, da poco dopo l'attentato, era transumata un'intera mandria di politici e mezzi cartucci istituzionali, tutti li' a testimoniare "il loro cordoglio". Di colpo, moglie e figli erano ascesi a un calvario di lutto, incertezza per il futuro, sovraffollamento, sudaticce strette di mano, telegrammi presidenziali, qualche giorno di molestie da parte della stampa e poi l'oblio. Orecchie tappate per lo sbalzo di pressione. Singhiozzo. Pensai a un regime criminale disposto a un numero indefinito di sacrifici umani pur di sopravvivere. Mi corsero alla mente le scene di mattanza in "Goodfellas" e "Casino'".
[Il giorno dopo il mio amico Marmellone avrebbe urlato in un microfono, di fronte a diecimila persone: - Noi eravamo in totale disaccordo con Mario Biasi, e vogliamo dire: _lo hanno ucciso proprio per impedirci di essere in disaccordo con lui!_]
Guardai le finestre di casa Biasi. In quel momento, strano a dirsi, i miei pensieri confluirono in una sorta di orazione.

Mario Biasi, ci dispiace. 
Ci dispiace per te. 
Ci dispiace per la tua famiglia. 
Ci dispiace per i tuoi amici. 
Ci dispiace per la bella stagione che hai fatto appena in tempo ad annusare, per le gite fuoriporta che non potrai piu' fare. 
Ci dispiace per la tua fiducia malriposta nell'ideologia liberista e in un regime che
<A HREF="carcajada003">></A>