<A HREF="ascediguerra_secondaparte072"><</A>
l'intero pianeta: la "decolonizzazione". La fine degli imperi britannico e francese; la loro progressiva sostituzione, nelle stesse aree, con gli interessi egemonici Usa, in funzione antisovietica. Mosca, all'inverso, appoggiava per i propri interessi i movimenti di liberazione nazionale che nascevano come funghi in ogni angolo del pianeta.
Le ricerche diedero ragione a Vitaliano e ai suoi racconti, parlandoci di una guerra lunga trent'anni, senza soluzione di continuita', che aveva investito l'intera penisola indocinese: oltre al Vietnam, la Cambogia e il Laos, fino alla Thailandia.
Era il Duemila, prima dell'Undici Settembre, dell'Afghanistan, dell'Iraq, della democrazia da esportare sui tanks e gli F16.
Oggi ci confrontiamo con un altro disegno imperiale, o forse con i primi segnali della sua fine, e le vicende dimenticate di Souvanna Phuma o suo fratello Souphanouvong, il "principe rosso", perdono la patina esotica e distante per riacquistare vividezza, densita', vicinanza. Nel 2005, anno terzo dell'occupazione dell'Iraq e del tentativo di instaurarvi un protettorato del petrolio a guida americana (impresa dagli esiti ancora oscuri e  imprevedibili), il susseguirsi di governi-fantoccio e l'indizione di libere democratiche elezioni fasulle, alternati a operazioni militari di inaudita ferocia, sono di nuovo pane quotidiano della geopolitica internazionale. Con la deterrenza atomica che torna protagonista delle relazioni tra stati sovrani, con gli "stati canaglia" e quelli che si apprestano a diventarlo, a sostituire il ruolo che fu dell'Unione Sovietica.

Cosi', quella che era una necessaria descrizione di "contesto" per calare il lettore nel mondo di Vitaliano e renderne intellegibile la storia, diventa un altro paletto piantato nel cuore dell'attualita'. Sui quotidiani delle ultime settimane, quei pochi che abbiano ancora a cuore il concetto stesso di informazione, vediamo apparire rievocazioni e resoconti delle "libere elezioni" nel Vietnam del Sud del 1967, salutate dai media embedded di allora come l'inequivocabile espressione democratica di un popolo che abbracciava la ragione imposta dalla superiorita' etica e militare dell'Occidente. Veniva esaltata "l'altissima affluenza alle urne" (83%), che "sanciva l'inequivocabile sconfitta dei terroristi Vietcong, che avevano cercato con ogni  mezzo di sabotare il percorso elettorale". Si vagheggiavano Assemblee Costituenti e transizioni democratiche mai realizzatesi, si mettevano alla berlina i pacifisti imbelli e idealisti, se non in aperta combutta col nemico terrorista. Si parlava apertamente di "dopoguerra", di "vittoria da gestire", di altri imminenti successi. Di li' a poco l'Offensiva del Tet fece piazza pulita di quel futuro dipinto di rosa, spalancando il baratro nel quale caddero 58.000 giovani soldati americani, oltre a quasi due milioni di uomini e donne d'Indocina.

Dopo, leccate un po' di ferite, sarebbero venuti il Cile, l'Honduras, il Salvador, le guerre sporche nel "cortile di casa", la Escuela de las Americas, fino al Plan Colombia, conflitto occulto e sanguinoso ancora in pieno corso. E ancora: la Prima guerra del Golfo, la Somalia, la Serbia e il Kosovo, la Cecenia e il Caucaso, sempre con la democrazia innestata non piu' sulla canna del fucile ma sulla punta dei missili Tomahawk.
Ecco allora un altro motivo per essere grati a Vitaliano, per dare un senso ulteriore al suo racconto che sfugga ed emerga  dalle nebbie di mezzo secolo trascorso. La percezione, piu' viva e netta che mai, che "scavare nel cuore oscuro di vicende dimenticate o mai raccontate e' un oltraggio al presente. Un atto spregiudicato e volontario. Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire".


Bologna, Febbraio 2005


