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Scalvenzi (1912-1980), dipendente dell'Aeronautica d'Italia di Torino. Durante la notte o approfittando degli allarmi aerei, Scalvenzi s'intrufola negli stabilimenti, smonta strumenti di volo dagli aeroplani, porta via utensili e strumenti di precisione. Nel Dopoguerra, quando quegli operai diverranno leader sindacali, la loro attivita' di sabotaggio sara' considerata alla stregua di semplici vandalismi e ruberie, e presa a pretesto per licenziamenti politici. Nel 1957 Scalvenzi fondera'  l'Associazione licenziati per rappresaglia politica e sindacale. Per alcuni, la Resistenza proseguira' ben oltre la Liberazione, e non nel senso che intendono "i tre P" (Pansa - Petacco - Pisano').

Ecco, tutti eravamo provenienti gia' da un ideale forte che era l'antifascismo, principalmente. Ecco perche' dopo noi ci incontravamo per la strada: "ciao, ciao!" E quando era gia' un po' di tempo che non ci vedevamo, ci abbracciavamo anche perche': "Siamo ancora vivi, siamo qui... Valletta, Agnelli, ci hanno buttati fuori, ma noi resistiamo!" [...] "Gli altri, vedi, vanno a lavorare a testa bassa, ma noi andiamo davanti alla fabbrica, vendiamo l'Unita', ma siamo sempre a testa alta!" E qualcuno poi ridendo diceva: "D'accordo, noi siamo a testa alta, mettiamo i denti al sole... ma loro, invece, mangiano!" (Adriano Ballone, Uomini, fabbrica e potere. Storia dell'associazione nazionale perseguitati e licenziati per rappresaglia politica e sindacale, Franco Angeli, Milano 1987)

Ci sono episodi poco noti ma importanti, come l'assalto delle donne al municipio di Bondeno (FE), il 18 febbraio 1945. Fanno irruzione e salgono all'ultimo piano, espongono cartelli alle finestre, chiedono la fine dei rastrellamenti, gettano in strada e bruciano i registri di leva per salvare i loro figli dalla chiamata alle armi. Alcune riescono a scappare, altre vengono ferite, arrestate e picchiate dalle Brigate Nere. 

La pepita piu' grossa e meno conosciuta della Resistenza e' la forza-invenzione dei suoi protagonisti, la fantasia che si esprime in azioni di guerra psichica, beffe, sabotaggio culturale organizzato dal basso, senza i mezzi a disposizione degli uffici di propaganda dell'intelligence alleata. Questa resistenza diffusa c'era anche durante il Ventennio, ma la disfatta nella guerra fascista la porta a livelli mai registrati in precedenza.

La prima falce e martello che vidi fu nel gennaio del '43 su un marciapiedi di corso Dante a Cuneo, appena imbiancato dalla neve. Una piccola falce e martello nera nel candore della neve fatta da un comunista, come dire una specie allora rarissima, che ne aveva lo stampo in una scarpa; tante falce e martello come piccoli scorpioni pungenti, per una ventina di metri. Da lasciarti senza fiato all'idea che anche in una piccola provincia dell'Italia fascista c'era uno con quello stampo in una scarpa [...]  E lo stupore, lo scompiglio fra i fascisti delle Federazioni nel palazzo Littorio, la corsa a cancellarle... (Giorgio Bocca, "Non c'e' una sola falce e martello", La Repubblica, 10/02/2005).

Alcuni si spingono fino a fare la guerriglia per conto loro, con azioni individuali, sfruttando il clima favorevole alla diffusione di leggende. A Vittorio Veneto, subito dopo il 25 Luglio, il ventunenne Giuseppe Taffarel (che nel dopoguerra diventera' un celebre documentarista) recupera un vecchio moschetto, residuato della Grande Guerra, e nel cuore della notte spara contro un posto di guardia tedesco. Tutti i cani dei dintorni cominciano a latrare. Il giorno dopo, le dicerie rotolano sul piano inclinato dell'odio per il fascismo. Qualcuno raccoglie i bossoli, i passanti se li passano di mano in mano, nell'immaginazione popolare diventano "bossoli misteriosi mai visti prima, forse russi, o jugoslavi, chissa'". Qualcuno dice di aver intravisto "uomini alti, con barba e vestiti di cuoio" [a fine luglio!, N.d.R.]. Anche Taffarel finge di interessarsi ai bossoli, "esagerando un po' per rendermi piu' credibile" (cfr. Andrea
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