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sara' sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che e' un buon patriota. (Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Torino 1986)

Noi siamo di quelli che mettono le lacrime per la sorte di tutti gli esseri senzienti. Eppure, siamo quei medesimi che dicono: non solo e' assurdo menare scandalo di fronte a vendette e regolamenti di conti, ma c'e' da stupirsi che ve ne siano stati cosi' pochi. Sono ammirevoli la fermezza e il senso di responsabilita' dimostrati dalla stragrande maggioranza degli ex-combattenti partigiani.

Le "Tesi di filosofia della storia" di Benjamin offrono spunti per capire cos'e' andato storto, e suggerimenti per porre rimedio:

Il soggetto della conoscenza storica e' la stessa classe oppressa che combatte. In Marx essa appare come l'ultima classe schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera della liberazione in nome di generazioni di vinti. Questa coscienza, che e' tornata ad affermarsi per breve tempo nella Lega di Spartaco, e' sempre stata ostica alla socialdemocrazia. Nel corso di trent'anni essa e' riuscita ad estinguere quasi completamente il nome di Blanqui, che ha fatto tremare col suo timbro metallico il secolo precedente. Essa si compiaceva di assegnare alla classe operaia la parte di redentrice delle generazioni future. E cosi' le spezzava il nerbo migliore della sua forza. La classe disapprese, a questa scuola, sia l'odio che la volonta' di sacrificio. Poiche' entrambi si alimentano all'immagine degli avi asserviti, e  non all'ideale dei liberi nipoti. (Walter Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1962)

L'immagine della Resistenza come vendicatrice dei torti subiti da padri e nonni e' stata offuscata a colpi di commemorazioni istituzionali. C'e' chi ha voluto depurare la guerra di liberazione dei suoi aspetti piu' controversi. Cosi' facendo, l'ha allontanata dalle pulsioni dell'animo umano (in particolare delle classi subalterne), l'ha incatenata alla realpolitik della sinistra ufficiale e tramandata unicamente come conquista di una democrazia ingrippata, incarnatasi in una Costituzione rimasta sulla carta. In parole povere: la memoria della Resistenza si e' confusa con uno statu quo avvilente. Una volta "sdoganati", i neo-fascisti hanno avuto gioco facile a presentarsi come ribelli, reietti, outsider discriminati, "mobbizzati" ante litteram, per mezzo secolo vittime del "regime consociativo" e della "egemonia culturale comunista".
Occorre tornare a "camminare sul lato selvaggio", e c'e' molto lavoro da fare.

Tornare a raccontare la Resistenza, e farlo in nuovi modi. Sotto gli strati di polvere di archivi e biblioteche abbiamo a disposizione un patrimonio inestimabile, narrazioni potenti affidate a editori locali o specializzati, o addirittura alle autoproduzioni e ai ciclostilati. Non una semplice montagna, ma un'intera catena montuosa di memorialistica. Un tesoro di storie, migliaia di libri, opuscoli e numeri di riviste da esplorare, portoni da far spalancare, "Apriti, sesamo!"
La guerra di liberazione e' un giacimento aurifero di storie. Nel corso dei decenni le pepite si sono staccate, rotolando nelle sabbie alluvionali del presente. Dobbiamo setacciare quelle sabbie, immersi nel fiume fino alle ginocchia, e saper distinguere l'oro dalla pirite.
Quando si parla di Resistenza, vengono subito in mente le montagne. In subordine, gli agguati gappisti nelle citta'. In realta' sono tantissime le forme della lotta armata e dal sabotaggio. 
C'e' una guerriglia rurale di pianura, del tutto peculiare, come quella combattuta nella Bassa Bolognese dal battaglione "Dino Gotti". Pochi nascondigli: il fitto dei canneti sui bordi dei fossi, le paludi, gli acquitrini, soprattutto la nebbia. Quando i tedeschi vengono colpiti, non capiscono da dove mai siano sbucati quei "banditen".
C'e' il sabotaggio della produzione bellica da parte degli operai, veri e propri "partigiani di fabbrica", personaggi come l'alessandrino Giuseppe
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