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"guasconate" che mandavano in pezzi le certezze dei tedeschi), tutto cio' diede un grande contributo alla demoralizzazione e sconfitta dei nazisti e del loro governo fantoccio. Diverse citta' del Nord furono liberate dai partigiani prima dell'arrivo degli Alleati, e in molti altri casi la collaborazione della guerriglia fu indispensabile a questi ultimi. Lo stesso Albert Kesselring, comandante in capo della Wermacht sul fronte meridionale, si lamento' delle ingenti perdite subite sull'Appennino tosco-emiliano ad opera dei "banditi", e prese in considerazione l'ipotesi di spostare il fronte piu' a settentrione.
Quanto al presunto inizio "tardivo" della lotta armata, puo' darsi che, col senno di poi, la sorte della Germania appaia (attenzione: appaia) segnata gia' alla fine del 1943. Ma e', appunto, un effetto di prospettiva: la guerra continuo' per altri diciotto mesi, con l'occupazione tedesca, con massacri, rastrellamenti, battaglie durissime, partenze di treni della morte. 
Non e' ne' puo' essere "di poi" il senno di chi, dopo l'8 Settembre, sfida la fucilazione rifiutando di arruolarsi nell'esercito di Salo' e in sovrappiu' decide di fare la guerriglia, rischiando - e spesso trovando - le torture e la morte. Chi fa quelle scelte non si aspetta certo di trovare la pappa pronta, appena scodellata dagli Alleati.
Sono soltanto due esempi. E' impressionante la quantita' di luoghi comuni e dicerie infondate sulla Resistenza, oggi soggetta ad attacchi forsennati da parte dei figliocci dei rastrellatori. 
Gli antifascisti non possono ne' debbono stare sulla difensiva. Non stiamo vivendo alcunche' di inedito: i meccanismi di trasmissione del passato subiscono processi di "sclerotizzazione". Quando si tratta del passato delle lotte, molte forze cospirano a produrre interferenze e il nemico cerca di confondere torti e ragioni, straparlando di "memoria condivisa" e "unita' nazionale". Nulla di nuovo, lo scriveva gia' Walter Benjamin: "In ogni epoca bisogna tentare di strappare la trasmissione del passato al conformismo che e' sul punto di soggiogarla [...] Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza e' presente solo in quello storico che e' compenetrato dall'idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere".

Che fare? Semplice: tornare a raccontare la Resistenza a tutto tondo, contro le strumentalizzazioni sul "sangue dei vinti" (il partigiano come nuovo babau, l'immediato dopoguerra ridotto a trailer di un B-movie del terrore). Un raccontare "infedele alla linea", estraneo ai "buonismi", privo di ufficialita' e retoriche patriottarde. 
Di fronte a scandali, alzate di polvere e pseudo-rivelazioni, l'unica via e' assumersi in toto la responsabilita' storica, portare il peso di tutto quanto, anche degli errori e delle lotte intestine, degli umori piu' cupi e dei sentimenti meno nobili, anche di cio' che e' sgradevole e tanfereccio, senza reticenze, al contempo rivendicando il senso complessivo dell'impresa. Inutile negarlo, fa parte della Resistenza anche il consiglio dato da un vecchio sfollato al partigiano Milton:

E allora - disse il vecchio, - non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare.
- Nemmeno uno, - disse Milton. - Siamo gia' intesi.
- Tutti, li dovete ammazzare, perche' non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, e' la pena piu' mite per il meno cattivo di loro [...] Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all'ultimo, li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verra' quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pieta' o dalla stessa nausea del sangue, farete peccato mortale, sara' un vero tradimento. Chi quel gran giorno non
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