<A HREF="ascediguerra_secondaparte064"><</A>
spray un'epigrafe in omaggio ai caduti.
Spartaco e' morto il 18 maggio del 2001. Il comune di Ascoli, benche' medaglia d'oro per la Resistenza, ha respinto la richiesta di intitolargli una via. 
Un'asciasimile, per certi versi, e' quella di Angiolo Gracci "Gracco", comandante della Brigata Sinigaglia, medaglia d'oro, che dette un contributo determinante alla liberazione di Firenze nell'agosto '44. Gracco e' rimasto attivo nei movimenti dal Dopoguerra fino alla morte, ed e' stato avvocato difensore in diversi processi politici degli anni Settanta. Ci imbattiamo nella sua storia grazie a una missiva telematica del Centro Popolare Autogestito - Firenze Sud:

In occasione del 56 anniversario della battaglia di Pian d'Albero (Figline Valdarno), lo scorso 25 giugno, parlando da partigiano comunista, [egli] ha semplicemente denunciato la responsabilita' USA-NATO nelle stragi impunite che hanno insanguinato il nostro paese e nella sua occupazione strategica attraverso la rete di basi militari. "Gracco" ha poi concluso ribadendo come, in nome degli alti ideali che mossero i partigiani della "Sinigaglia", primi fra tutti l'antimperialismo , fosse necessario operare per l'allontanamento dal territorio nazionale di queste stesse basi militari. 

L'intervento non piace ai dirigenti dell'ANPI, che decidono un provvedimento disciplinare nei confronti del loro associato.
"Gracco" e' morto a Firenze il 9 marzo 2004, all'eta' di 84 anni. 
Spartaco e Gracco sono asce che qualcuno ha tentato di seppellire, perche' rifiutavano di allinearsi a un memorialismo vuoto e accomodante, fatto solo di lapidi e anniversari.

L'ascia di guerra del tenente Mercurio, invece, e' rimasta coperta dai detriti del tempo e dalle circostanze storiche di una vicenda difficile da incasellare. 
Giorgio Marincola, detto Mercurio, e' forse l'unico partigiano italiano mulatto a combattere nelle file della Resistenza. Nato in Somalia nel 1923, figlio di un'indigena e di un italiano, Giorgio frequenta il liceo a Roma. Il suo professore di Filosofia si chiama Pilo Alberelli, milita nel Partito d'Azione e morira' trucidato alle Fosse Ardeatine. E' lui, subito dopo l'8 settembre, a indirizzarlo nella lotta clandestina coi reparti di "Giustizia e Liberta'": sabotaggi, protezione di scioperi, assalto a caserme, occupazione della sede de Il Messaggero. Liberata Roma, Giorgio chiede al Comando alleato di farsi paracadutare in zona di guerra. Lo accontentano nell'agosto '44, dopo un periodo di istruzione. La zona e' quella di Biella. Il grado: tenente dell'esercito inglese. Dopo diverse azioni a fianco dei partigiani locali, lo catturano, lo mettono in carcere a Torino e lo costringono a farsi intervistare da un'emittente fascista, Radio Baiva. Gli chiedono come mai si sia messo a combattere coi ribelli. Lui dovrebbe rispondere con un'abiura, condita di calunnie e accuse nei confronti dei partigiani, invece disobbedisce: - Sento la patria - dichiara - come una cultura e un sentimento di liberta', non come un colore qualsiasi sulla carta geograficaLa patria non e' identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa liberta' e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori
Radio Londra riportera' l'intervista, interrotta dal rumore di botte e sedie ribaltate.
Giorgio intanto finisce a Bolzano, in un campo di concentramento per prigionieri e ci resta fino all'arrivo degli Alleati, che offrono a tutti di rifugiarsi in Svizzera. Lui rifiuta: ci sono ancora zone d'Italia infestate dai nazisti. Bisogna combattere e proteggere la popolazione fino all'ultimo. Si unisce cosi' a uno sparuto gruppo di partigiani trentini e raggiunge la Val di Fiemme. Il 4 maggio '45, dalle parti di Cavalese, fermano un camion di SS che esibisce la bandiera bianca. Giorgio si fa avanti per controllare, quelli spianano le armi e lo uccidono, fuori tempo massimo, dieci giorni dopo la Liberazione. E' uno degli ultimi caduti della Resistenza italiana, forse
<A HREF="ascediguerra_secondaparte066">></A>