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casaccio in ogni direzione. 
Coperti dai tronchi degli alberi siamo irraggiungibili. Colpi precisi e brevi raffiche intermittenti: lasciamo sul campo il grosso dei nemici. 
I pochi superstiti si lanciano giu' per la discesa in una fuga disperata. 
Li lasciamo andare. 
Ben nascoste sulla pista, ho sistemato alcune bombe a mano innescate. Basteranno le vibrazioni della corsa per farle esplodere. Un attimo dopo, una serie di boati saluta il passaggio dei fuggitivi. L'eco rimbalza piu' volte lungo la valle, seguita subito da urla e lamenti. Brandelli di corpi volano verso i rami degli alberi e alcuni restano incagliati come macabri frutti. 
Tutti morti, tranne tre, in fin di vita, che si irrigidiscono nel giro di pochi minuti. Ho il tempo di guardarli morire. Di vedere spegnersi i loro occhi.
Passato il pericolo, una lite furibonda scoppia tra i portatori: quelli costretti con le armi a seguire il convoglio si rifanno sui collaboratori dei predoni. Si scagliano sul capo con una violenza terribile. Non abbiamo mai visto niente di simile da parte di uomini miti e pacifici per natura. Qualcuno ci spiega che quel bastardo si univa spesso ai trafficanti negli stupri. 
Lo pestano a sangue, calci, pugni, bastonate. Il miserabile si contorce e implora, ma i colpi gli impediscono di parlare. Urla disumane di chi sa di essere arrivato in fondo. 
Lo spogliano, senza smettere di pestarlo, una lama rotea nella mischia, lo tengono in quattro, un quinto gli recide il pene di netto.
La carne insanguinata viene mostrata come un trofeo, a testimoniare la vendetta.
Lunghi brividi corrono sulla pelle. Tutto si e' svolto in pochi attimi. Manca il respiro. 
Quando riprendo il controllo ho la Simonov spianata. 
Come la prima volta. Come quelle bambine. Come i soldati che imploravano pieta'. La lama che dilania i corpi. La mia.
Ucciderli tutti.


Mi sono fermato in tempo.
Obblighiamo i portatori a tornare sui loro passi, per restituire il maltolto alle famiglie dei villaggi. Due di noi li accompagnano come scorta, per evitare che scoppino litigi tra loro e qualcuno cerchi di fare il furbo.
Poi distruggiamo l'oppio che trasportavano, perche' nessuno cada in tentazione.

74
Sentieri dell'odio
(Fine della storia)


Rimasi in Laos altri quattro mesi. Ed ebbi modo di vedere cose che non voglio e non posso raccontare. Buona parte di quello che ho visto e fatto l'ho cancellata dalla mente negli anni seguenti. Altre cose invece le ho bene impresse e ancora adesso non mi lasciano in pace. Sono passati piu' di quarant'anni e la notte ancora non dormo, ci credi? Faccio degli incubi terrificanti. Sara' per questo che i film dell'orrore non mi fanno impressione? Non lo so   

In uno dei pochi momenti di lucidita', tra un combattimento e l'altro, mi resi conto che la pazzia ci aveva contagiati tutti. La preoccupazione di sopravvivere non lasciava tempo per pensare. Eravamo macchine da guerra, sconvolti da quella vita e concentrati su una cosa sola: uccidere per non essere uccisi.

Ricordo che quando ci lanciavamo all'assalto gridavamo il nome della nostra arma a squarciagola. Serviva a ricacciare giu' la paura e a spaventare il nemico: trenta uomini che gridano insieme sembrano cento. E nella giungla non e' che ti metti a contare. Io, dato che il nome del mio mitragliatore era troppo lungo, Automatiskaja Simonova Oratez 36, gridavo: Simonovadioboia!!! E partivo con la baionetta in canna per sbullonargli il culo!

La baionetta cinese che avevamo in dotazione era conica, non piatta, per rendere le ferite difficilmente rimarginabili. Hai idea di cosa significa infilzare un uomo con un arnese del genere? Te lo vedi li', a poche decine di centimetri, che ti urla in faccia e sputa sangue Non sono cose che ti escono dalla testa tanto facilmente.

Non puoi andare avanti cosi' per troppo tempo, non ce la fai, prima o poi il cervello ti va a puttane.

Stavamo andando tutti nei matti. Eravamo drogati di adrenalina, sempre in
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