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dovra' restare nel gruppo dei portatori. I compagni indigeni mi hanno raccontato qualcosa di lei: ha perduto entrambi i genitori in un bombardamento, mentre i due fratelli maggiori sono morti quattro anni fa, nella battaglia di Ban Mai.
Ma in guerra non c'e' spazio per tenerezze. Nei giorni seguenti il pensiero di lei mi distoglie da quello che devo fare. Non riesco piu' a concentrarmi, mi distraggo con facilita', anche ad occhi aperti la sogno nuda tra le braccia. I compagni capiscono e si preoccupano. Una delle doti per cui mi stimano e' la capacita' di avvertire i pericoli in anticipo. L'ho ereditata da mia madre, che e' in grado di sentire quando qualcuno della famiglia si trova in difficolta'. Allo stesso modo, quando divento all'improvviso nervoso, agitato, significa che sta per succedere qualcosa: un'imboscata, una zona minata, un serpente in agguato, qualche brutta notizia. Il comandante sa che il mio grido Up! Up! Go!, ha salvato la vita di tutti in piu' di un'occasione.
Per questo, un giorno mi si avvicina e dice: Tu sei un buon amico, sei arrivato da molto lontano per aiutarci e io invece ti devo rendere triste. Ho mandato a casa la tua ragazza, questa notte, con alcuni del villaggio. Tu non eri piu' attento come prima e lei e' troppo fragile.
Non trattengo le lacrime, so bene che non la rivedro' mai piu'. Come unica consolazione, penso che se fosse rimasta avrei potuto perderla in un combattimento e non me lo sarei mai perdonato. 
Il comandante ha ragione. Sono venuto in Laos per fare una cosa, e devo farla al meglio. 
73
Sentieri dell'odio
(Oppio)


Poco dopo l'alba, rumore di spari e un fumo d'incendio sul versante opposto della vallata.
Da alcuni giorni siamo sulle tracce di una banda di ladri e trafficanti, dediti a razzie nei villaggi, stupri e trasporto di oppio. Fino ad oggi, siamo sempre arrivati tardi sui luoghi dei saccheggi. A quanto pare, sono una quarantina, meta' dei quali armati di tutto punto, l'altra meta' addetti al facchinaggio. Non sappiamo se hanno un addestramento tale da metterci in difficolta', ma siamo sicuri che ci temono. Abbiamo visto con i nostri occhi quello che hanno fatto e se li catturassimo non potrebbero sperare di impietosirci. In quel caso, non avrebbero scampo e per questo venderanno cara la pelle.
Abbandoniamo il gruppo in venti, per scendere la valle a rotta di collo, guadare un torrente e risalire la montagna di fronte, a mezza costa, guidati dal fumo.
Giunti alla capanna, troviamo una donna anziana, denutrita, in lacrime sul corpo del marito. I due hanno trattenuto i predoni con offerte di cibo e ristoro, giusto il tempo di nascondere i figli. Se li avessero trovati, i maschi adulti, sotto la minaccia delle armi, avrebbero dovuto seguire la banda come portatori, mentre le femmine sarebbero state violentate a turno da tutti. L'uomo ha cercato di impedire il sequestro delle provviste. Una raffica di mitra l'ha tolto di mezzo.
Dopo averlo medicato alla meglio, ci affrettiamo a seguire le tracce. Gli indigeni si tingono il volto con i colori di guerra, rosso e nero. Sono tutti abili cacciatori e basta un po' di terra smossa per metterli sulla pista giusta. Dove l'occhio inesperto vede solo un groviglio verde, per loro puo' esserci una strada.


Meta' pomeriggio. Ci siamo: le guide hanno fiutato il nemico proprio davanti a noi. Una breve sosta, per controllare le armi e riprendere fiato, poi ci dividiamo in due file da dieci uomini, distanti cinquanta metri l'una dall'altra e con in mezzo il sentiero. Bisogna aggirarli, superarli dai due lati per poi attaccare dall'alto e costringerli a ripiegare in discesa, di corsa, senza il tempo di controllare il terreno.
Ci appostiamo poche decine di metri piu' avanti, nella loro direzione di marcia, le armi pronte. Il frastuono della foresta copre i piccoli rumori che non abbiamo potuto evitare. 
Ancora pochi passi.
Apriamo il fuoco.
I portatori mollano tutto e si buttano a terra, mentre gli armati sparano a
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