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vidi piu': la centrai con una sequenza di colpi, che la fece piroettare tra gli alberi come uno straccio insanguinato. Dio boia: ero al secondo viaggio in Laos e ancora non ero riuscito a mangiare una banana. 

Solo dopo aver percorso una trentina di chilometri verso sud, aver guadato tre fiumi ed essere entrati nella provincia di Kham Mouan, capimmo che ce la saremmo cavata. 
Terminato quel lungo peregrinare, stanchi morti, ci imbattemmo per pura fortuna in un nostro gruppo di quindici armati che scandagliavano la boscaglia alla nostra ricerca, con portatori carichi di cibo. Avevano considerato che se eravamo ancora vivi, saremmo scesi a sud mantenendoci a ridosso del confine di una decina di chilometri. 
Per fortuna avevano visto giusto.

Ci riposammo per parecchie ore e mangiammo a sazieta'. La mattina dopo ci rimettemmo in marcia. Alla nostra sinistra, lungo la curva dell'orizzonte, troneggio' per molti chilometri la maestosa mole del monte Keo Neua, alto duemila e trecento metri, piantata in mezzo alle nuvole, sulla dorsale del confine col Vietnam. 
Il comandante Li non ce la faceva piu': le ultime azioni lo avevano fiaccato a morte e il fisico lo aveva abbandonato. Anche la mente cominciava a vacillare.
Lo convincemmo a separarsi dal gruppo armato per raggiungere la carovana dei portatori. Fu una decisione sofferta, non era facile lasciare l'uomo che ci aveva portati fuori dalle situazioni peggiori. Ma in quelle condizioni non gli sarebbe restato molto tempo da vivere. E anche lui lo sapeva. 

Tre giorni dopo, attraversato un paesaggio indimenticabile, entravamo nelle valli dei fiumi Mon e Yang. In quel paradiso terrestre incontrammo animali mai visti: una famiglia di elefanti che migrava lontano dai rumori; serpenti boa, indolenti e pigri, attorcigliati ai rami degli alberi; galletti selvatici rumorosissimi e grandi farfalle multicolori. Vidi famiglie di gibboni, con le lunghe braccia e le mani bianche, che urlavano contro gli intrusi. Nel folto dei grandi cespugli di bambu' vivevano gli sciamanghi, simili alle scimmie. Vidi indigeni delle tribu' dei Thun, dei Hmong e dei Ra-de, armati ancora di arco e frecce, che spuntavano dalle faretre di bambu'. Etnie isolate, che parlavano dialetti incomprensibili e avevano per me lo stesso fascino degli indiani d'America visti al cinema. 
I due terzi della provincia di Kham Mouan erano selvaggi, l'unica cittadina si trovava a nord del fiume Mon; il rimanente territorio confinante a sud con la provincia di Savannakhe't, era servito da alcune rotabili, immerse nella foresta tropicale.
Il nostro gruppo fu rinforzato da partigiani del luogo, molti dei quali avevano combattuto nel 1954 contro i francesi e i governativi nella battaglia di Ban Mai, a sud della provincia di Savannakhe't. Era stata una battaglia violentissima, impressa nei racconti e nelle leggende locali: era durata cinque giorni e cinque notti e aveva segnato la sconfitta dei colonialisti in quella parte del paese. Tuttavia i veterani non erano abituati al nostro tipo di guerriglia, avevano un'impostazione classica, difesa e controllo del territorio, quindi si rivelarono piu' utili come guide e interpreti che come combattenti. 

70
Sentieri dell'odio
(L'albero sacro)


Per due giorni, una calma quasi irreale. Percorriamo decine di chilometri sempre a mezza costa, senza mai attraversare i pantani del fondo valle.
La zona in cui ci troviamo ora, e' coperta da vegetazione meno fitta: alberi radi e felci non troppo alte. Di solito, ci avventuriamo su un terreno simile soltanto di notte, ma la tranquillita' delle ultime ore ci spinge a proseguire lo stesso.
Non facciamo nemmeno in tempo a ripartire che veniamo avvistati da una squadriglia di T28. Sono cinque, aprono il mitragliamento all'istante. La lunga colonna dei portatori si scompone per cercare riparo nella boscaglia.
Iniziamo a sparare subito dopo la prima picchiata, mentre gli aerei guadagnano quota, mostrando il largo ventre argentato. Ne
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