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condizioni? E dopo?
Domande troppo impegnative per questo freddo.
Le telecamere di Santoro si fiondano nel centro sociale per riprendere l'ingresso degli straccioni.
Osservo attonito l'allestimento di decine di posti letto improvvisati, tra platea e palcoscenico. Materassi, coperte, donne in lacrime, un brusio silenzioso, dimesso, pesante.
Anche questo e' teatro. Lo spettacolo schifoso della poverta' e dell'arroganza.
Passata la mezzanotte da un pezzo, giunge tempestiva l'unica dichiarazione del sindaco Walter Vitali sull'intera vicenda: Il TPO non e' una struttura di proprieta' del Comune. Per noi il caso e' chiuso.
Anche Bologna, stanotte, mi sembra un caso archiviato.

69
Sentieri dell'odio
(Guerra nel paradiso)


Percorremmo molti chilometri verso est, fino ai confini del Vietnam, e deviammo a sud per ricongiungerci con la colonna di portatori.
Una marcia di tre giorni, in un paesaggio primitivo e selvaggio, stupefacente. In quelle valli incassate tra le montagne c'erano alberi di ebano, mogano, palissandro e taek, con grappoli di gigantesche liane. Alberi alti come cattedrali, con tronchi enormi e radici contorte che uscivano dal terreno come grandi serpenti. Pareti rocciose con ampie fenditure dalle quali sgorgava acqua fresca e limpida. Acquedotti rudimentali, costruiti con canne di bambu' svuotate, incanalavano l'acqua pura. Congegni antichi, tramandati da secoli, forse da millenni. Eravamo degli intrusi in quella regione: la scarsa presenza umana aveva creato un rapporto di rispetto ed equilibrio tra l'uomo e la natura. Qualcosa che la guerra rischiava di spazzare via in ogni momento.
Nelle improvvise depressioni del terreno, si aprivano grandi acquitrini immersi nella nebbia e punteggiati di alberi solitari, gli unici spazi liberi dalla fitta vegetazione. L'incanto per quel paesaggio cozzava con la paura delle insidie naturali. 
In quei giorni non incontrammo nemici. Anzi, non incontrammo essere umano. Eravamo soli, in un territorio sconosciuto. Ci infilammo in una valle non piu' larga di duecento metri. Le pareti rocciose erano color alabastro, altissime e levigate come marmo. I raggi del sole le accendevano di riflessi. Piu' avanti, la nebbia sospesa a due metri da terra sembrava un immenso soffitto bianco, sotto il quale ci muovevamo come in sogno. Era un mondo irreale, incantato, una valle di neve, con alberi secolari di un verde intensissimo che squarciavano il tetto di nebbia, lasciando filtrare colonne di luce.
Ero nella terra piu' bella del mondo. Ed ero li' per combattere.

Giungemmo a venti chilometri a nord dalla cittadina di Ban Napa?. Non potevamo proseguire lungo il crinale, perche' la montagna diventava invalicabile. Dovemmo deviare a sud, per attraversare la rotabile e raggiungere la colonna dei rifornimenti.
Il punto di passaggio doveva essere a est del centro abitato, verso il Napa? Pass. I governativi avevano capito che l'unico punto per tagliare verso sud era in quei venti chilometri e li' avevano concentrato i reparti guidati via radio dai T28 e dai Cobra, che sorvolavano la zona di continuo.
All'alba del quinto giorno riuscimmo ad attraversare, dopo che un convoglio era transitato da poco. Successe tutto in cinque minuti. Eravamo febbricitanti, stremati dalla stanchezza e molti erano feriti, anche se in modo non grave. Eravamo prostrati anche dalla fame. Io ero ferito, una pallottola di rimbalzo si era conficcata nello stinco sinistro e mi procurava un dolore insopportabile. Ma dovevamo camminare senza sosta, veloci, per allontanarci il piu' possibile da quel nastro bianco polveroso. Non c'era possibilita' di procurarsi cibo in quella zona e non potevamo certo metterci a cacciare. Le scimmie facevano piazza pulita di tutti i frutti maturi e a noi non restava che guardarle. I soli colpi che sparai in quei giorni furono per una scimmia maledetta, che mi soffio' l'unica banana matura da sotto il naso, per poi rifugiarsi sui rami piu' alti strillando come un'ossessa. Non ci
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