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qua. Persone, storie, aspirazioni diverse, ma tutte sul lastrico. 
Accomunate solo dalla necessita' miserabile che e' poi l'unica cosa che tiene i miserabili assieme, stretti in una morsa, avvinghiati contro ogni volonta', sospinti come mandrie nella transumanza. 
Non sono belli per un cazzo adesso, nemmeno i bambini, stralunati dal freddo, sporchi, gia' intaccati nell'anima. Non sono belle le donne, che cedono all'angoscia, svenimenti a raffica dal pomeriggio in poi, tre ricoveri e due sospetti d'aborto. Sono brutti e puzzano gli uomini, molti gia' fuori di testa, umiliati davanti alle famiglie, litigano fra loro, non tarderanno a mostrare il peggio di se'. 
Eccoli qua. C'e' Said Moukharbel, che e' mio assistito, uno di quelli a cui vogliono levare l'affidamento del figlio, Nidal. Con lui c'e' Kadisha, che non regge al freddo e alla tensione e sviene di continuo. Said e' tunisino, una trentina d'anni, da piu' di dieci in Europa, parla quattro lingue: arabo, francese, tedesco e italiano. Mi sembrava in gamba, abbiamo parlato tre volte dopo i giorni di San Petronio, ma adesso sconnette, dice cazzate, fa cazzate, mette una pressione insopportabile sulla donna e il bambino. Ha la barba incolta di giorni, il lavoro in cooperativa l'ha perso gia' da un paio di settimane. Adesso non riesce a fare altro che agitarsi e bestemmiare sul ricongiungimento che l'ha fottuto, si', l'ha fottuto, perche' da solo, se ti fai i cazzi tuoi, ce la puoi pure fare a vivere in un cesso di centro di prima accoglienza, ma con moglie e figlio no, non bastano, non possono bastare quei soldi di merda che prende. Come cazzo faccio a pagare la casa, i vestiti del bimbo, l'asilo? Vaffanculo ho studiato medicina io e lei biologia, vaffanculo!
Poi c'e' Habib, tunisino pure lui, con la ragazza, giovane, pallida e incinta. Da mesi vivono in macchina. Lui ha la faccia da finto furbo con anche un bel paio di cicatrici sopra, litiga spesso con gli altri. Lei non parla mai, lo trattiene solo quando alza la voce, ma e' disperata. 
Mustafa' di figli ne ha tre, con moglie, e Abdel Khader, suo fratello, due. Marocchini. Loro un alloggio ce l'avevano. A Loiano, piu' di un'ora e mezza di macchina dal posto di lavoro, all'aeroporto Marconi. Dividevano sessanta metri quadri di umido e muffa, un solo servizio igienico, in nove, costo di mercato lire ottocentomila. Volevano avvicinarsi a tutti i costi alla citta' e al lavoro. Hanno mollato Loiano e provato con via Rimesse. Mosse sbagliate.
Aziz e' giovane e single, e l'Italia l'ha girata tutta: Catanzaro, Napoli, Formia, Roma, Torino e Bologna. Con i centri di prima accoglienza ha chiuso per sempre, dice. Fa il facchino da uno spedizioniere, ha lo sguardo sveglio, una cicatrice impressionante sulla tempia sinistra. Vuole una fidanzata italiana. Per me non c'e' problema, quando e' momento io vado.  Mi sorride e mi passa una canna.
Tutti qua, intirizziti da un gelo biblico mentre si tratta la resa.
I poliziotti premono, nervosi e congelati anche loro, per liberare il blocco, gli stranieri allo stremo, gli italiani presenti desolati e desolanti. Dal bivacco dei punkabbestia e degli incazzati parte una bottiglia, che sfiora teste civili e militari, nazionali ed estere, per infrangersi poco dietro una delle file di agenti. Ne nasce un parapiglia, una mezza carica, l'ennesimo casino, l'ultimo segnale di una disfatta. Bisogna inventarsi qualcosa, subito.
Monteventi parla fitto con i ragazzi del Teatro Polivalente Occupato, a due passi da qui, dove avevano uno spettacolo teatrale, e sono usciti per solidarieta' ai senza casa. Hanno portato coperte e qualcosa di caldo. Non basta, serve altro. 
L'onnipresente assessore alle politiche sociali dichiara: Per noi questi abusivi non hanno diritto a nulla.
Dopo mezz'ora di discussioni serrate, ripensamenti e dubbi e mal di stomaco, la decisione: le porte del tpo sono le uniche ad aprirsi per dare un riparo a chi aveva sfidato il santo cittadino.
Per quanto tempo? In quali
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