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pianerottolo
Allungo il collo: una sagoma scura, la testa sulle ginocchia.
Saliamo l'ultima rampa e ci investe il puzzo acre di sudore. Il respiro pesante di chi dorme della grossa. Un barbone stremato dal caldo.
Ma il rumore della chiave nella toppa lo scuote. Alza la testa di soprassalto. 
Avvocato!
Accendo la luce dell'ingresso e lo guardo meglio.
Avvocato, sono io, Said, sono tornato!
68
Bologna, 7 dicembre 1998(!), 10.30 p.m.


Non dimentichero' questo gelo.
Quasi le undici di una notte polare. Sul bivacco, che va avanti dall'alba, bloccando via Irnerio all'altezza della Montagnola, pesa ormai una tensione insopportabile. Lacrime e malori ripetuti, falo' improvvisati e masserizie sparse, drappelli di poliziotti in assetto, sempre piu' tesi, e cani di punkabbestia e bonghi e slogan di dieci disperati incarogniti e sguardi bassi dei pochi qui intorno, e gelo, indifferenza e assenza. Si tratta la resa, senza condizioni, dell'ultima battaglia persa.
Il funzionario della digos, molto noto in citta', imbarazzato, nervoso si lascia scappare una frase a mezza bocca con Monteventi, il consigliere comunale indipendente di Rifondazione, tra i pochi che cercano di evitare il peggio: Questo lavoro di merda, noi non lo vogliamo piu' fare.
E' presente anche una troupe della trasmissione di Michele Santoro. Sono in cinque, si aggirano sbigottiti anche loro. Poche domande in giro, le riprese parleranno da sole. 
L'esercito sconfitto, che sta per essere disperso, conta all'incirca settanta elementi, cinquanta tra donne e bambini, esausti e assiderati. 
Cio' che rimane dell' "orda sacrilega", che ha occupato per due giorni la basilica di San Petronio, il mese scorso, dopo i violenti sgomberi del 9 e 12 novembre, dei settanta appartamenti occupati, di proprieta' iacp, tra i numeri civici 9 e 19 di via Rimesse. Piu' di duecento persone, circa quaranta nuclei familiari e qualche decina di single. Piu' che altro magrebini, ma non solo, anche egiziani, un palestinese, tutti con permesso di soggiorno, la maggior parte degli uomini con un'occupazione, con storie e aspirazioni molto diverse, ma tenuti insieme come in un incubo, dal bisogno di un tetto. 
Questi lavoratori internazionali senza fissa dimora, dopo mesi di tentativi frustrati, avevano coagulato quel bisogno nell'atto di forza delle occupazioni, con il sostegno di un comitato antirazzista cittadino non molto numeroso, ricevendo una risposta durissima. 
Il 9 novembre, all'alba, il primo tentativo di sgombero, violentissimo ma infruttuoso. Una quarantina di poliziotti tenta l'irruzione nello stabile, incontrando una resistenza improvvisata. Grida, spinte, colluttazioni e malori. Alcuni uomini tra i piu' esasperati espongono i figli dalle finestre, tenendoli sul vuoto. La tensione e' altissima, la polizia insufficiente a fronteggiare la situazione. L'azione viene sospesa.
I quotidiani locali del giorno successivo pubblicano a tutta pagina le foto degli "abusivi che usano i propri figli come scudi, ostaggi". Lo iacp annuncia a gran voce le denunce per tentato omicidio, seguite da quelle dell'assessore alle politiche sociali Golfarelli alla Procura della Repubblica e al Tribunale dei Minori. Cominciano le procedure per la sottrazione dei figli alle famiglie e l'assegnazione ai servizi sociali. Abusi e maltrattamenti.
Il 12 novembre invece l'attacco avviene in grande stile. Alle 6.30 del mattino sono duecento gli uomini in divisa destinati all'operazione. Cento fanno irruzione negli appartamenti. Altrettanti a bloccare la strada, completamente transennata. Molti degli occupanti sono gia' al lavoro. Gli agenti sfondano porte, sbarrano finestre, un egiziano viene colpito piu' volte e arrestato per resistenza. Comincia la demolizione sistematica di bagni, sanitari, scale.
Alle 11.00 l'edificio e' ormai del tutto sgomberato. La strada sottostante e' un ammasso di macerie personali. Materassi, bombole del gas, coperte e pannolini. Il cordone di polizia e'
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