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ragazzini che volano attraverso la foresta. Oltre al nostro ci sono altri gruppi, che coprono la pista, con l'ordine di convergere nel caso il nemico ne attacchi uno.
Ho una nuova arma, appena arrivata dalla Cina: la copia esatta della carabina automatica sovietica Simonov, calibro 7.62, con baionetta incorporata e piastra da dieci colpi. Un'arma utilizzata con successo nella guerra di Corea. Pesa solo quattro chili, anziche' i dieci del vecchio mitragliatore. 
Ci rimettiamo in cammino, una lenta processione di uomini stanchi e infreddoliti. Senza fermarmi alzo lo sguardo verso i ritagli di cielo, incorniciati dalle cime degli alberi e provo a dare forma alle nuvole. Il volto severo di mia madre, quello di mio padre, mobili e frastagliati. So che non li rivedro'. Non usciro' vivo da qui, non e' possibile. Ed e' questo che ho scelto. 
All'improvviso uno sparo, gli squarci di cielo si coprono di rosso scarlatto. I colpi arrivano da vicino. Il sangue di un compagno mi schizza in faccia, il tempo di buttarmi a terra e l'agguato e' gia' finito.
Niente di grave. Le perdite sono esigue: un gruppo di ragazzi di sedici-diciassette anni.
La lunga fila si ricompone, la marcia riprende lenta, gli occhi e le orecchie tesi. 
Lo sguardo non e' piu' sui ritagli di azzurro, ma puntato nell'ombra che ci circonda.
62
Sentieri dell'odio
(Cobra)


Sono trascorsi due giorni dall'ultimo sparo, la tensione si e' un po' allentata e stiamo riprendendo fiato. L'ordine di fermarsi ci viene dato in una zona di vegetazione fitta, estesa per chilometri. Tutta la colonna ha urgente bisogno di riposo e pulizia. C'e' un corso d'acqua, il luogo e' ideale. Li dispone una cerchia di controllo per un diametro di dieci chilometri, inviando gli indigeni amici in appostamento.
Riesco a dormire filato per tutta la notte. 

 

Terzo giorno. Di nuovo in marcia. Proseguiamo senza ostacoli fino a meta' mattina, poi, improvviso, il ronzio degli elicotteri che si avvicinano. Ci buttiamo giu' e rimaniamo immobili, non possiamo vederli, la vegetazione e' troppo folta. Se ci hanno visti e' finita. Le viscere si contorcono, penso allo strazio di morire bruciato dal napalm.
Sono sopra di noi.
Passano oltre.
Si riparte.

 

Due ore dopo. Primo contatto col nemico. 
Ci sono addosso, brevi raffiche di armi automatiche, rapide scorribande sui lati della nostra colonna. Gettarsi a terra, rialzarsi, di nuovo giu', correre avanti.
Ancora il rumore degli elicotteri: hanno segnalato la nostra presenza.
Ci volteggiano sulla testa, cercano di individuarci, ma finche' i loro gruppi sono in zona non bombarderanno.
Li ordina di rialzarsi e correre dietro i nemici che si stanno ritirando. Dobbiamo restargli attaccati, se lasciamo che si sgancino e' la fine, gli elicotteri ci sommergeranno col napalm.
Inseguirli, a capofitto, sparare, e ancora correre con i rami che ti graffiano la faccia, gli animali che scappano da ogni parte, correre ancora, sparare subito, ricaricare, guardarli negli occhi, i loro volti allucinati, il loro fiato caldo, le urla, correre, non lasciare che ci distanzino.
Correre o morire.

 

Il tramonto. Buttato contro una roccia, stremato. Il mio sudore mescolato all'odore acre delle esplosioni e del napalm, fetore di carne bruciata e decomposizione. I cadaveri sono gonfi come otri, quasi dovessero scoppiare. Non vedo piu' niente, gli occhi impregnati del sudore che scende a rivoli.
Il tramonto. Gli elicotteri non possono piu' vederci. 
Abbiamo sostenuto cinque attacchi in sei ore. Corpo a corpo. Non muovo un muscolo. 
Se ci assalgono adesso non avro' nemmeno la forza di difendermi.
Lasciatemi qui.
Capovolgo la carabina. La canna poggiata sotto il mento, cerco di allungare la mano sul grilletto. Ho provato e riprovato i movimenti nei giorni scorsi, ma adesso mi sembra di non riuscirci piu'. Il braccio trema per la tensione, rischierei di sparare storto e massacrarmi la faccia senza morire. Ma se attaccano di nuovo non c'e'
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