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Renato Tartarotti devono cercare di difendere una persona accusata di 48 omicidi, diversi di questi maturati in seguito a sevizie, oltre a 15 accuse per maltrattamenti e percosse, 3 partecipazioni a rastrellamenti, vari arresti arbitrari e 17 addebiti tra rapine, estorsioni e appropriazioni indebite. Una marea di circostanziati capi d'accusa che induce i difensori alla remissivita': gli avvocati di Tartarotti si limitano ad appellarsi alla clemenza della corte.
"torturavano i patrioti con ferri da stiro bollenti mentre altri ballavano al suono di un grammofono".  Il padre del Polischi descrive [...] le sevizie orrende cui fu sottoposto suo figlio dal Tartarotti prima di essere impiccato, fra l'altro alla vittima furono spenti gli occhi a furia di punzecchiature. "il teste che ebbe a condividere le sofferenze e la prigionia del cognato narra [...] gli ultimi istanti del congiunto, percosso a sangue e gettato in una carbonaia, dove rimase a languire per due giorni e per due notti senza che nessuno si occupasse del suo lamento agonizzante". 
Nella Compagnia autonoma speciale di Renato Tartarotti questi erano i metodi di tortura piu' frequenti contro i prigionieri: "la vittima veniva percossa da sei o sette individui e quindi stesa su un tavolaccio e colpita sulle piante dei piedi con leve di ferro; quindi energumeni le saltavano addosso per passeggiarle sul corpo; lo bruciacchiavano con i mozziconi delle sigarette o con carta accesa. Tartarotti con una autentica bacchetta da direttore d'orchestra batteva il tempo, mentre Trentani intimava ai disgraziati di parlare."
La fucilazione [di Tartarotti] avviene alle 6 del mattino da parte di un plotone di 12 uomini. Sul luogo della condanna il servizio di vigilanza non e' appariscente, per evitare la presenza di persone non autorizzate e continua anche dopo l'esecuzione per evitare ingiurie alla salma, che viene trasportata senza incidenti al cimitero.

E' il 2 ottobre '45.
Sette anni dopo Gabriele Trentani fonda il suo impero. 
La sicurezza dell'uomo prima di tutto.
61
Sentieri dell'odio
(Laos centro-orientale, 1958)


Il sole cancella le ultime ombre di una notte gelida e assordante. Gli animali notturni si radunano intorno al bivacco. Forse ci seguono, in attesa che il prossimo combattimento gli risparmi la fatica della caccia.
Nuvole di ogni colore fra gli squarci della vegetazione. Ci godiamo la luce tenue dell'alba, prima che i raggi del sole diventino roventi.
Respiro l'odore della giungla. Di nuovo in questa terra verde. Da quando sono tornato mi sono accorto che le cose non sono come le avevo lasciate. Il campo base e' ormai soltanto un punto di transito e di smistamento per i gruppi che si spostano sempre piu' a sud. Sono stato contento di ritrovare il comandante Li, ma mi ha fatto impressione: e' pelle e ossa, porta in faccia i segni della malattia che lo consuma un giorno dopo l'altro. Ha detto che mentre ero via sono cambiate molte cose: gli scontri sono sempre piu' feroci, per l'aumentare del passaggio di rifornimenti. Ho Chi Minh prepara la guerriglia nel sud. Adesso siamo nel pieno della stagione secca, e i governativi sanno che la nostra attivita' deve aumentare, quindi intensificano i raid e battono le piste. Li ha detto anche che nove italiani, arrivati con me nel '56, sono morti: la loro postazione e' stata centrata in pieno da un bombardamento al napalm poco dopo la mia partenza. 
Non mi ha chiesto perche' sono tornato. Ma ha voluto che fossi reintegrato nel suo gruppo per una missione che ci portera' nelle province meridionali del paese, per alcune centinaia di chilometri. Il gruppo e' incaricato di seguire la colonna di rifornimenti, muovendosi parallelo a una distanza di circa tre chilometri. In caso di attacco, dobbiamo tenere impegnato il nemico per il tempo necessario ai portatori a disperdersi nella foresta senza perdere il carico. C'e' un contatto costante tra noi e la processione di "formiche rosse", tramite staffette velocissime,
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