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settimana a casa di mia sorella Natalia. Volevo incontrare meno gente possibile: i miei familiari, Teo e pochi altri. Bene o male, tutti sapevano della fuga dalla caserma di Bari e mi chiedevano cosa fosse successo. Io mi sforzavo di essere vago, facevo capire che era meglio lasciar perdere, eh, dio boia, una brutta storia, che volevo dimenticare al piu' presto. Con mia madre fu piu' difficile evitare le domande. Le dissi che ero stato preso dallo sconforto, che la vita militare mi faceva schifo e quindi ero scappato, mi ero nascosto sulle montagne e avevo vagabondato per quattro mesi. Non volle insistere, ma si capiva benissimo che il racconto non la convinceva per niente.
Teo fu l'unico a sapere la verita' e quello che gli raccontai lo riempi' di ammirazione e nostalgia. Era molto contento di rivedermi e orgoglioso del mio coraggio. Purtroppo, il piano di mobilitazione di giovani rivoluzionari verso l'Indocina non stava funzionando granche', perche' i ragazzi disposti a correre quel rischio erano davvero pochi.

Non appena decisi di farmi vedere di nuovo in giro, mi accorsi che le cose per cui incazzarsi erano ancora piu' di prima. Ero io ad essermi disadattato o la gente diventava sempre piu' stronza? Tra l'altro, mi trattavano tutti da marziano, forse perche' incespicavo nel dialetto e avevo quella voce sempre troppo alta, oppure per via della misteriosa fuga dalla caserma, o perche' i carabinieri erano venuti a cercarmi, o non so io per quale altro motivo.
Anche i fratelli mi guardavano come un tipo strano, uno sgrazie', quasi la pecora nera della famiglia. Ma come? Non ero stato io a farmi un culo cosi' perche' avessero da mangiare? Che razza di storia era? Adesso che si stava un po' meglio sembrava non ci fosse piu' posto per me, neanche ci si vergognasse ad essere parenti di uno cosi'. Che gli era preso a tutti quanti?
Pensai di tornare a lavorare al piu' presto, mi avrebbe aiutato a distrarmi e a non pensare troppo.
Quando mi presentai in cooperativa, mi fecero festa. Baci, abbracci, pacche sulle spalle. E com'e' andato il militare, e cosa vi facevano fare e cos'e' questa storia che sei scappato e raccontaci, avanti, non fare il misterioso. Poi mi presento dal direttore e faccio domanda di assunzione.
Eh, sai mi fa lui con un ghigno strano e' un brutto periodo, non abbiamo lavoro, bisognera' che aspetti un po', appena le cose vanno meglio
Feci uno sforzo per trattenermi. Ormai il primo istinto che avevo di fronte a un torto era sparare. Provai a restare calmo: non gli saltai addosso ma iniziai a urlare.
Cosa ho da aspettare io? Ho bisogno di lavorare, lo capisci? Sono stato via meno di due anni, non certo per colpa mia, e voi non mi ridate nemmeno il posto? Andate a cagare, che razza di comunisti!
Niente, non era cambiato niente. Erano i soliti stronzi: come avevo fatto a dimenticarmene? Purtroppo io non ero piu' lo stesso: non sopportavo piu' nulla, se avessi dato retta all'istinto, avrei fatto fuori centinaia di persone, bastava un'inezia a farmi imbestialire, ero sempre teso, sempre nervoso, sempre sotto sforzo per non reagire alle provocazioni in modo violento.
Ecco cosa dovevano aver provato Bob, Teo, Fatr e tutti gli altri. Non e' solo che prima eri qualcuno, su in montagna, e in citta' ritorni ad essere niente, non e' nemmeno l'aver perso l'abbraccio fraterno della brigata per ritrovare l'indifferenza di sempre. C'e' anche qualcos'altro: uccidere un uomo non e' come bere un bicchier d'acqua, ma quando superi quel limite molte volte, ti diventa piu' facile sparare che discutere. 
Non potevo andare avanti cosi', rischiavo di uscirne pazzo o di combinare qualcosa di grave.
Non c'erano motivi per restare li'.
Avevo bisogno di combattere ancora e forse di non tornare piu' indietro.
Ripresi contatto con i milanesi, nella solita locanda, raccontando a mia madre che andavo la' per un colloquio di lavoro.
Dissi che mi avevano assunto, ottimo stipendio, un'opportunita' da non perdere.
Anche
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