<A HREF="ascediguerra_secondaparte024"><</A>
non puo' risponderle.
Mi danno il riposo: ale', incrocio le braccia sul fucile, voglio dire le cose fino in fondo, senza mezzi termini, altra cosa che piace molto a De Carlo.
Signor colonnello, sono stato a lungo provocato da suo figlio, che mi tirava sassi nella gavetta. Gli ho detto di farla finita e come risposta lui mi ha sputato. Allora l'ho colpito, piano, a mano aperta, sulla faccia e lui mi ha quasi accecato con un bastone spinoso
Il figlio e' li' che guarda e a questo punto si mette a piangere e a urlare che non e' vero, pestando i piedi come un bambino.
E' la sua parola contro quella di mio figlio. A chi devo credere, allora?
Decido di buttarla sul patriottico: Ci sono seicento testimoni che hanno assistito alla scena: lo chieda a loro a chi deve credere. Suo figlio mi ha sputato sulla divisa, un gesto che come italiano non posso accettare, ho dovuto difendere l'onore dell'Esercito Italiano e dare una lezione a quel ragazzino, come se si trattasse di un mio fratello minore. E questa e' la dimostrazione che la sua famiglia non dovrebbe stare in un posto del genere, e in particolare sua moglie, in mezzo a tanti militari, vestita sempre in quel modo
Non ci vede piu'. Tenta di sfoderare la pistola, ma De Carlo gli blocca la mano, mentre io, un passo indietro, armo il moschetto e glielo punto addosso. Il capitano De Carlo sapeva che tipo ero, e avverte subito il colonnello di non fare cazzate: Ma cosa fa? Guardi che Ravagli le spara.
Poveretto. Ha fatto la figura del cornuto e del coglione davanti a tutti. No, non era un tipo simpatico, ma mi e' dispiaciuto per lui, in fondo si comportava cosi' piu' per colpa della moglie che sua.
Io poi non sono uno che porta rancore per molto tempo. Quando m'incazzo con qualcuno potrei anche farlo fuori, ma mi passa in fretta. Cosi', l'ultimo giorno, quando il colonnello ci passo' in rassegna e si mise a stringere la mano a ognuno, pensavo che tanto valeva dargliela, la mano, era un patacca come tanti. Alla fine, non c'e' stata l'occasione: dopo le prime cinque sei strette di mano si e' stancato e ha fatto un saluto collettivo: Fate conto che abbia stretto la mano a tuttiSo che questi mesi sono stati duri per molti di voi, ma sono convinto che li ricorderete come uno dei momenti piu' belli della vostra vita. Era proprio un patacca, non ci sono dubbi.
Al momento dei saluti, il capitano De Carlo mi fece una strana domanda, cosi', su due piedi:
Allora Ravagli, cosa farai adesso, tornerai la'? 
Lo fissai negli occhi e mi torno' alla mente la frase che un ufficiale della "Pinerolo" mi aveva sussurrato nei corridoi del circolo: Stai attento Ravagli, sanno tutto di te. Allora avevo pensato che si riferisse alle mie convinzioni politiche, ai trascorsi sovversivi, alle amicizie. Ora quell'avvertimento suonava in maniera diversa, dopo il "Tornerai la'?" del capitano De Carlo Mario. 
Non chiesi nemmeno che cosa intendesse dire. Forse neanche lui lo sapeva, magari voleva soltanto fare il misterioso, immaginando che durante i quattro mesi di assenza dovevo essere stato in qualche posto particolare.
Alla fine risposi che pensavo proprio di si', anche se non era vero, figuriamoci, mi pareva di aver fatto abbastanza laggiu', ora volevo riposarmi, stare con i miei, ritrovare il mio vivaio di fighe e tornare al lavoro, pero' dissi cosi', quasi per gioco, per mantenere l'aria da film di spionaggio e fare contento il capitano De Carlo, che annui' con un gran sorriso e mi strinse nell'ultimo abbraccio.  

58
Sentieri dell'odio
(Eh, dio boia)



Tornai a casa stanco e malridotto, spossato nel fisico e molto confuso.
Ero stato lontano da Imola circa diciotto mesi e gia' facevo fatica a parlare in dialetto. Avevo perso l'abitudine, le parole mi uscivano con impaccio, e soprattutto non ero piu' capace di usare un tono di voce normale, mi veniva sempre da gridare, come durante i combattimenti o le esercitazioni.
Per riposare e stare un po' tranquillo, passai una
<A HREF="ascediguerra_secondaparte026">></A>