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allora, mi avrebbero condannato a morte e buonanotte. Misi da parte le bombe, insieme alla voglia di vendetta e tornai a dormire.

Nei rari momenti liberi, passavo il tempo a suonare la tromba. Da piccolo non conoscevo modo migliore per sfogarmi e non pensare alle sfighe. Crescendo, avevo imparato anche un altro metodo, ma li' non c'era molto da fare, al di la' degli assolo, perche' le prostitute facevano schifo, le pecore le lasciavo ai pastori e non volevo ridurmi a far cose da busone. 
Mi mettevo da una parte e suonavo. 
Si accorsero presto che ero bravo, e mi chiesero di fare una serata al circolo ufficiali. Accettai subito: era un'occasione per togliermi di li', e sapevo che se avessi fatto bella figura, mi avrebbero richiamato altre volte. Preparai alla perfezione i miei cavalli di battaglia: "Estrellita" e "Oh, Lady be good!". Poi, senza chiedere il permesso a nessuno, mi infilai nelle docce per darmi una pulita e presentarmi al circolo in modo dignitoso.
Avevo appena finito di sciacquarmi e stavo dedicandomi ad altri passatempi, quando il capitano De Carlo Mario mi sorprese alle spalle.
Geniere Ravagli, chi ti ha autorizzato a venire qui?
Capitano, risposi di scatto devo suonare al circolo, questa sera, e volevo essere in ordine!
Rispondi alla domanda: chi ti ha dato il permesso?
Dissi la verita', che il permesso me l'ero preso da solo, perche' ero stanco, non ne potevo piu' di esercitazioni, avevo caldo e volevo farmi i fatti miei.
Apprezzo la tua sincerita' commento' il capitano dopo un attimo di silenzio. Bene, allora, sbrigati a finire quello che stavi facendo, per questa volta non ti puniro'.
Quello che stavo facendo, come detto, era una pugnetta. Terminai l'operazione e andai a vestirmi.

Il capitano De Carlo Mario aveva simpatia per me, sebbene fosse un gran fascista, entusiasta della vita militare e fanatico della disciplina. Aveva due medaglie: una d'argento al valor militare e una al valore civile, per avere salvato un ragazzino che stava annegando in un fiume. Non so da cosa nacque la nostra strana intesa, forse entrambi ammiravamo nell'altro l'onesta' e la devozione a una causa, per quanto cosi' diversa.
Il colonnello invece non stava simpatico a nessuno. Si era portato dietro tutta la famiglia: la moglie era una gran figa, ma il suo posto non era certo un accampamento di militari, visto che le piaceva andare in giro con poca roba addosso; il figlio invece era viziato come nessuno, faceva il capetto e aveva si' e no sedici anni.
Un giorno, mentre mi preparavo per il turno di guardia alla polveriera e stavo mangiando, questo stronzetto si mette a tirarmi dei sassi nella gavetta. Tic. Io raccolgo e butto fuori. Tic. Gli do una brutta occhiata e non reagisco, avevo tutta la compagnia intorno, dovevo trattenermi. 
Tic. 
Adesso basta, eh? Se lo fai ancora finisce male.
Lui si alza, viene verso di me, mi sputa addosso e nella gavetta. Bene, cazzo, chi se ne frega se mi guardano tutti, salto su e gli mollo un ceffone. Lui casca per terra, fa una gran scena, perche' in realta' l'avevo appena colpito, raccoglie li' vicino un ramo spinoso e me lo da' in faccia, una frustata, vicino all'occhio, che per poco non mi acceca. Stavolta si prende un cazzotto bello forte e va giu' davvero, mentre la madre, che ha visto tutto, sviene. La soccorre l'ufficiale medico, che, tra parentesi, se la chiavava. 
Succede un gran casino, arriva il capitano, si fa spiegare cos'e' successo e mi manda a medicare la faccia, che c'ho ancora le spine conficcate dentro.
Il colonnello e' fuori di se'. Fa schierare tutto il battaglione, sull'attenti, viene verso di me e mi interroga. Io zitto: quando sei sull'attenti non devi rispondere, e' la regola, una di quelle cose che al capitano De Carlo lo mandavano in orgasmo. Il colonnello ripete la domanda, ma io niente, resto li' impalato, di sasso. A quel punto interviene De Carlo, tutto ringalluzzito:
Colonnello, se lei non gli da' il riposo, il geniere Ravagli
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