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prosciugando la tazzina in un sorso non mi hai mica risposto, l'ultima volta: pensi di scrivere un libro con le tue memorie oppure no?
Eh, un libro. Non e' mica facile. Per il momento sto facendo una specie di test. Racconto tutta la storia ad alcuni amici che non ne sapevano niente e vedo che faccia fanno. Perche', capisci, il problema e' che di tutta la questione del Laos, non avevo mai parlato quasi a nessuno. Lo sapevano quei pochi che sanno tenere un segreto, e basta. Allora adesso bisogna andare con calma. C'e' chi si interessa subito, come Bruno Sartori, ma c'e' anche chi mi guarda come se mi fossi rincoglionito tutto d'un colpo.
Insisto, il mio parere lo sai: e' una storia troppo bella per non raccontarla anche fuori da Imola.
Ringrazio per l'affetto, pago i due caffe', con l'avvocato che fa la solita scena e io lo devo bloccare e rimettergli il portafoglio in tasca, che qui siamo a casa mia, eccetera.
Arrivati alla macchina, invece di salire, si guarda intorno sospettoso, poi fa una smorfia di delusione, anzi, di disappunto, come di chi prende buca a un appuntamento. Si mette al volante, innesta la marcia, urta qualcosa col parafango e sgomma verso la statale.


Quando arriviamo alla Facolta' di Sociologia, gli altri sono gia' li' che aspettano, i tre professori piu' mio fratello Cico, che e' sceso con loro e dovrebbe fare l'intervento subito prima di me. Guardo l'orologio e mi accorgo che siamo in leggero ritardo, presento Zani a tutta la banda e ci avviamo in fretta verso la Sala Lauree.
Nell'atrio, intravedo due o tre manifesti che ricordano l'appuntamento. "Nell'ambito delle attivita' della Cattedra di Antropologiasara' presentepresiede il profintervengonosi ritiene che possa avere interesse scientifico per quanto riguarda le motivazioni psicologiche e culturali della violenzastudenti e docenti sono invitati"
A quanto pare, le motivazioni psicologiche e culturali della violenza non sono argomento scientifico di grande richiamo. L'aula e' troppo imponente, d'accordo, ma gli spettatori saranno si' e no una decina, compreso Zani. 
Ma dico io: non si poteva obbligarli a venire, sti ragazzi? Cosa ci vuole: da'i l'annuncio e dici che chi non viene sara' bocciato all'esame, vuoi vedere che riempi la sala?
Il quarto d'ora accademico trascorre in fretta, bisogna cominciare. Parlano prima Alfieri e Sartori, poi mio fratello. Io per ultimo, gran finale a sorpresa. Cico fa un bel discorso, la mette giu' bene, dice che la guerra sembra sempre lontana, come qualcosa che non ci riguarda, anche se l'abbiamo avuta sull'altra sponda dell'Adriatico fino a un anno fa. Invece, dice, non si puo' stare tranquilli, ci sono due miliardi di affamati che pretendono delle risposte, e se continuiamo a far finta di niente, presto se le cercheranno da soli e allora la guerra potrebbe essere molto, troppo vicina.
Il pubblico applaude. Tocca a me.
Racconto tutta la storia, condensandola il piu' possibile, in una ventina di minuti. Alla fine si alza un ragazzo sui trent'anni, tutto fighetto, che solo a guardarlo mi pare un patacca. Fa un intervento contorto, che a lui deve sembrare geniale, in realta' si capisce ben poco, una roba tra il cattolico e il pacifista, con citazione di studiosi sconosciuti e dulcis in fundo, domanda del cazzo:
Insomma, signor Ravagli, lei ha ucciso delle persone?
Complimenti per la perspicacia: Certo, ne ho uccise parecchie.
E non si sente un assassino?
Mi sistemo sulla sedia per prendere tempo. Cosa devo fare? O sto zitto, e allora sono venuto per niente, o rispondo e so gia' che mi incazzo. Tanto vale animare il dibattito.
Guarda, ti do del tu perche' mi stai facendo incazzare e quando mi arrabbio non so dare del lei a nessuno. Devi sapere una cosa: in guerra non si gode. Non si gode a mettere a rischio la vita e non si gode nemmeno a uccidere, anche se tu pensi che siccome uno ammazza allora e' un sadico di sicuro. Invece no, ammazzare le persone non e' una cosa piacevole,
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