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integrare. La mia vita, come quella di tutti gli altri, non aveva valore. Se fossi morto, il mio corpo sarebbe rimasto a marcire, preda degli animali. Nessuno mi avrebbe pianto. 
Ripensavo all'ultima cosa che mi aveva detto Budrio, Io non ne ho di amici, e mi venivano i brividi. Morire da soli, lontani da tutto, non era cosi' romantico come pensavo. Una fine squallida e miserabile.
Non riuscivo piu' a togliermi dalla mente i cadaveri di quelle bambine. Le facce straziate di quei soldati, il loro pianto di morte. 
Quel giorno avevamo visto l'orrore in faccia e ne eravamo stati all'altezza. Quando avevamo finito, di loro non restava niente. Li avevamo macellati come bestie, stravolti dall'odio.
Il mio pugnale aveva inciso la carne, facendone brandelli. 
Erano morti lentamente. 
Un pezzo alla volta.
Ero rimasto in bilico sull'abisso e la' sotto avevo visto l'inferno.
Allora mi ero accorto che anche per me la vita umana non aveva piu' valore. E questo andava contro ogni principio per cui mi ero battuto. Ero un comunista, potevo uccidere i nemici, non essere come loro. Questa consapevolezza mi aveva spaventato a morte.
Ero un comunista. Non un assassino.

55
Sentieri dell'odio
(Confine Urss-Ungheria, 1956)


Pianura verde a perdita d'occhio. Dopo tre giorni di aereo, il treno e' un sollievo per lo stomaco. La guardia di frontiera ha studiato a lungo il salvacondotto e la faccia che gli stava davanti. La doccia non ha lavato via l'odore. Puzzo ancora di foresta, come un animale.
Ha dato un'occhiata al bagaglio e ha trovato solo stracci. Erano ancora li' ad aspettarmi, nel sacco col nome, quando sono arrivato alla base. Incredibile.
I russi mi hanno permesso di lavarmi e rimpinzato a dovere. Poi mi hanno accompagnato a una stazione sperduta, in mezzo al niente, con il biglietto del treno, un lasciapassare per la frontiera e un augurio di buon viaggio.
Devo tornare in Jugoslavia e fare il percorso a ritroso. Rientrare in Italia clandestino, come sono uscito. Mi ripresentero' alla caserma di Bari recitando la parte dello smemorato. Come fece Teo.
Teo. Quando gli raccontero' cos'ho visto, fara' fatica a credermi.
E ai miei? Niente. Diro' che sono scappato dal militare e sono rimasto imboscato per un po'. 
Il treno riparte. Piu' mi avvicino a casa piu' il cuore si fa leggero. 
56
Da Riolo Terme a Urbino, 9 maggio 2000


L'avvocato e' uno puntuale. L'ho capito subito, un ragazzo in gamba, preciso, gli da'i un appuntamento e lui non sgarra, magari arriva con la faccia stropicciata di chi si e' svegliato mezz'ora prima e ha guidato in coma profondo, ma stai sicuro che arriva, gli fai un caffe' ed e' subito come nuovo.
Da quando ha scoperto che sono il "vietcong romagnolo", come dice lui, ci siamo visti gia' alcune volte, sempre con la scusa di una buona mangiata, perche' per raccontare una storia, dall'inizio alla fine, non c'e' miglior sottofondo del rumore di mascelle che masticano e inghiottono. E anche oggi, ci si puo' scommettere, andra' a finire che ci mettiamo a tavola in qualche bel posto, con tanti saluti alla dieta e ai chili di troppo, che ormai quando mi specchio nelle vetrine, in giro per Imola, vedo arrivare prima la pancia poi tutto il resto. Ma l'occasione, questa volta, non e' soltanto gastronomica: e' successo che Bruno Sartori e Lido Valdre', due miei amici professori, mi hanno invitato all'Universita' di Urbino. E' stato Luigi Alfieri, docente di antropologia, a sollecitarli per avere una testimonianza sulla guerra e, come dice il volantino, sulle "motivazioni psicologiche e culturali della violenza". Zani dovrebbe passarmi a prendere verso le nove.
Alle nove e un minuto suona il campanello, mi affaccio alla finestra, e' lui, si e' messo addirittura la giacca, una camicina intonata e gli occhiali neri da sborone. 
Ma guarda se e' elegante il nostro avvocato! Fatti vedere bene, va la'. Quand'e' che vai un pochino al mare a prendere del sole? Sei pallido che sembri un morto. Devi dormire 
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