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prima girava per le vie di New York e scoppiava d'ammirazione per la democrazia americana, assume il comando politico di un conflitto le cui sorti cambieranno il volto del mondo. 
L'offensiva del Tet (1968) e la vittoria di "Charlie" (soprannome dato dagli americani ai vietcong) segneranno "i limiti della potenza materiale dinanzi alla volonta' umana" (Jean Lacouture, biografo di Ho Chi Minh).
Gli americani si ritireranno dal Vietnam nel 1973.
Saigon verra' conquistata due anni dopo.


* Cfr. Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Rizzoli, Milano 1985 (SuperBur Saggi, 1999), cap.9. 
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Sentieri dell'odio
(Pugnali)


L'attacco e' finito. Le perdite non sono ingenti. I nemici si sono dispersi a ventaglio, fuggendo in varie direzioni nel folto della foresta. Un rapido consulto. Possiamo prenderli. Ci dividiamo in squadre e partiamo di corsa.  
Le guide indigene seguono le tracce.
Via, a capofitto, non possono immaginare che siamo dietro di loro. 
Ma di colpo la guida si ferma, il gruppo si blocca, le orecchie tese, ha sentito qualcosa.
Sono urla. 
La cosa piu' agghiacciante che abbia mai udito.
Urla di bambini.
Avanziamo con prudenza, attenti che nessuno filtri tra le maglie dello schieramento. Brividi. La netta sensazione che oltre l'intrico di alberi si celino mostri.
Le grida cessano all'improvviso e la squadra ha un sussulto unanime. Respiro paura, come se qualcosa di maligno si annidasse nella boscaglia.
Nella piccola radura sorgono tre capanne miserabili.
Sono ubriachi.
La stanno violentando a turno. Ne conto dodici.
E' una donna giovane. Stravolta, li incita a penetrarla uno dopo l'altro. 
A terra giacciono le tre figlie. Morte. 
Non piu' di dieci o dodici anni.
Tra le gambe spalancate, una rosa rossa di sangue.
I genitali sono stati squarciati dai coltelli per facilitare lo stupro.
Appiattito sul terreno, annichilito dall'orrore. E' li' davanti, a non piu' di venti metri, cosi' enorme e agghiacciante da impedire gesti e pensieri.
L'unica cosa che cresce dentro e' il desiderio intenso di spazzarlo via.
Premo il grilletto e tutte le nostre armi fanno fuoco all'unisono.
Cadono tutti. Ma nessuno ha sparato per uccidere.
Avanziamo tra le capanne come fantasmi. Qualcuno ha un moto di pieta' per la madre impazzita e le dona una morte rapida.
Anche i feriti gravi vengono finiti con un colpo alla testa.
Restano gli altri. Quelli abbastanza lucidi per capire cosa li aspetta.
Implorano in ginocchio e biascicano suppliche tra le lacrime.
Non riesco a piangere ne' a vomitare. Raccolgo i cadaveri delle bambine e glieli trascino davanti agli occhi.
Uno solo non ha i calzoni macchiati di sangue. Si stringe la testa tra le mani e si maledice, anche se quei corpi non li ha toccati.
Di fronte alla bocca della pistola, prima di morire, ha quasi un'espressione grata.
Gli altri urlano e si contorcono. L'odio e il disgusto salgono in gola.
Nessuno parla mentre arroventiamo i pugnali sul fuoco. 
54
Sentieri dell'odio
(Non un assassino)


Decisi di andarmene.
Erano trascorsi poco piu' di tre mesi. E sembravano trent'anni. 
Le tacche sul calcio del Bren si erano accumulate a decine. Quando il comandante Li le vide, mi ordino' di raschiarle via: dovevo essere pazzo a portarmi dietro la lista dei nemici uccisi. Se mi avessero catturato, avrei pagato ogni tacca con gli interessi.
Avevo ucciso. Avevo dimostrato a me stesso di essere in grado di rischiare la vita per la liberta' dei popoli oppressi. 
Avevo visto la morte portarsi via tanti compagni e Budrio spegnersi lentamente. 
Avevo visto quelle bambine violentate e sentito l'odore della carne bruciata. 
Ne ero impregnato. Insieme al puzzo di merda e piante marce. 
La nostalgia di casa e dei miei era ogni giorno piu' opprimente. Ero partito pensando di non rivederli piu', ma adesso avrei dato qualsiasi cosa per l'abbraccio di mia madre.
Ero finito in un mondo estraneo, difficile da capire e nel quale non mi sarei mai potuto
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