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elicotteri da combattimento Cobra e ai caccia biposto a elica, i T28, gia' usati dagli americani in Corea e concessi al governo di Vientiane. Se notavano movimenti al di sotto della vegetazione, in pochi minuti l'area veniva mitragliata e "trattata" con il napalm.
Dovevamo imparare ad abbattere gli elicotteri con pochi tiri ben mirati, usando le pallottole traccianti ed esplosive. Ma se da un lato le pallottole traccianti aiutavano a mirare meglio e incendiavano facilmente gli elicotteri, dall'altro rendevano piu' facile per i mitraglieri dei Cobra scoprire da dove gli stavamo sparando. 
Dopo i primi Cobra abbattuti, stimarono piu' prudente scorrazzare molto piu' alti e questo miglioro' parecchio il nostro morale. Era piu' che mai attuale il concetto espresso da Li alcune settimane prima: Tu colpire, loro cadere.
 
Il percorso nella giungla non aveva niente a che spartire con quello che avevo visto nei film di Tarzan. I sentieri, quando c'erano e non eravamo costretti ad aprirli noi stessi coi machete, erano poco piu' che spiragli in un muro di vegetazione compatto, alto trenta cinquanta metri. La' sotto, in quelle "gallerie" verdi, non c'era luce. Di notte la temperatura poteva avvicinarsi allo zero. Era freddo e buio. Un buio fitto, in cui procedevamo con una visibilita' di pochi metri e dal quale potevano saltare fuori pericoli di ogni tipo: dalle centoventi specie di serpenti velenosi, alle tigri, ai nemici in agguato. Quando il sole riusciva ad aprire uno squarcio nel tetto di rami era abbagliante e causava un enorme sbalzo termico. Per sopportare lo sforzo e la paura mi insegnarono a masticare le foglie di una pianta particolare. Tenendone in bocca una pallina non sentivo piu' la fame, i sensi si risvegliavano e la fatica era piu' sopportabile.

Gli scontri ravvicinati nella giungla erano i piu' terrificanti, ma per fortuna anche i piu' brevi. Attaccavano in pochi, in un punto qualsiasi della colonna, a volte in piu' punti nello stesso momento. Sceglievano le loro vittime, colpivano solo quelle, poi scappavano nel groviglio della foresta. A noi non rimaneva altro da fare che scaricare tutta la potenza di fuoco di cui disponevamo sui due lati del sentiero e sperare di colpirne qualcuno. Poi, riprendere inesorabilmente la marcia.
Ai nemici feriti potevi sperare di estorcere informazioni sugli spostamenti dei loro gruppi e sui loro punti di ricongiunzione. Quando le ottenevamo, ci spostavamo per intercettarli a nostra volta e rendergli il servizio. Le controimboscate lasciavano campo libero all'odio e alla vendetta piu' sanguinaria. Non avevamo pieta' per nessuno di loro.
Il comandante Li non voleva che torturassimo i prigionieri. Dovevamo distinguerci dai nemici, e in certi casi risparmiavamo i prigionieri che accettavano di collaborare e li integravamo nelle nostre squadre dopo una rapida "rieducazione". Il trattamento consisteva nell'esposizione paziente dei fatti storici che avevano trascinato il popolo Lao alla guerra fratricida: il colonialismo e il dominio occidentale sulla penisola che proseguiva anche dopo l'indipendenza. I francesi erano arrivati quando i loro nonni erano giovani, settant'anni prima, si erano impossessati di tutto, avevano devastato i santuari, offeso le tradizioni. Avevano ucciso gli uomini piu' coraggiosi che li avevano contrastati. Avevano violentato madri e sorelle e ingannato le piu' fragili, trascinandole nei bordelli di lusso, per i signori d'Occidente e per i ruffiani locali. Avevano sconvolto il loro mondo. 
Spesso questi discorsi facevano aprire loro gli occhi, spazzando via la propaganda governativa filo-occidentale che ci dipingeva come mostri sanguinari. Quando capivano di aver combattuto e ucciso dei fratelli che lottavano per il loro paese, la reazione era disperata e straziante. Ma da quel momento sapevamo che ci sarebbero rimasti fedeli per riacquistare l'onore perduto.
Con i giovani Meo non funzionava quasi mai. Preferivano la morte, piuttosto che tradire i loro
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