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modo da non avere piu' il sole davanti. 
I compagni che li hanno tenuti impegnati arrivano trafelati. Hanno resistito finche' hanno potuto.
Improvvisiamo una linea di difesa, appostandoci dietro ai grossi tronchi e negli anfratti del terreno. 
Aspettiamo. Il cuore in gola. Se il trucco di Li e' riuscito i governativi dovrebbero credere che ci siamo sganciati e di poter rastrellare il terreno senza grossi rischi.
Li vedo comparire come fantasmi dalla giungla, silenziosi, stretti nelle tute mimetiche, e inoltrarsi nell'avvallamento sotto di noi. Dobbiamo aspettare di averli tutti a tiro. 
L'ufficiale che li guida si ferma a meta' dell'avvallamento. 
Guarda attorno, come se annusasse l'aria. 
Buona parte dei suoi uomini e' gia' allo scoperto. 
Forse intuisce qualcosa, perche' da' l'ordine di ripiegare.
In quell'istante apriamo il fuoco tutti quanti. 
Li bersagliamo con tutto quello che abbiamo, li vedo correre terrorizzati in mezzo al fumo degli spari, abbandonano le armi, e sento le urla. Ma non sono come le altre. Sono urla di bambini. 
Li ordina subito di cessare il fuoco.
Il fumo si dirada, compaiono i cadaveri. 
Quelli che a settanta metri sembravano uomini sono ragazzini di non piu' di dodici anni che ora giacciono stesi nella radura.
Rimango di pietra. Li dice di non sparare piu' e di lasciare che i superstiti raccolgano i loro morti.
Non parliamo. Li osserviamo annichiliti mentre si ritirano.
Dall'alto della collina opposta ci raggiunge l'urlo del loro comandante. L'eco rimbalza nella gola incassata tra le montagne. Lo vedo: braccia al cielo, il sole alle spalle che proietta sulla valle l'ombra gigantesca. Chiedo ai compagni cosa sta gridando e mi fanno capire che l'ufficiale ci ringrazia per l'umanita' dimostrata verso i suoi soldati. 
Tutto il nostro gruppo si inchina in segno di deferenza.
Io con loro. Lo stomaco contratto e gli occhi gonfi di lacrime.

48
Bologna, 26 aprile 2000, 3.50 a.m.


Sorellina,

sono le quattro di mattina, sono un po' brilla e torno or ora dalla patria delle porcilaie, la provincia di Modena, praticamente il Nulla. Soprattutto di notte, attraversare quella desolazione mette un po' di paura, brrrrrr, ce li hai presenti quei lampioni arancione, quegli incroci con cartelli che li vedi proprio all'ultimo momento, poi i cartelli: "Suinhouse", "La casa del salume" e i nomi di quei paesini, ("Settecani"!), e i distributori deserti, ognuno con una ragazza africana. E' piu' che lugubre:  ti da' l'idea della pancia piena e della noia assoluta. Ti chiederai: "che sara' mai andata a fare?", e io ti rispondo: sono stata con Daniele in un paesino chiamato Castelnuovo Rangone, nella cui piazza suonavano Cristina Dona' e i Massimo Volume, si festeggiava il 25 aprile, una cosa molto in tema coi discorsi che fa sempre Daniele, ti ho gia' scritto della sua compagnia di vegliardi (beh, alcuni neanche tanto). Roba da non crederci, ci perdiamo due-tre volte (siamo con la Smart ma tocca a lui guidare, lui la chiama "la scarpa da tennis") poi arriviamo in questa piazza dove c'e' la statua di un maiale, nero, a grandezza naturale! E Mimi', il cantante, sta cantando tutto serioso proprio di fianco a sto animale totemico. Vicino alla statua, delle signore in grembiule sfornano chili e chili del cosiddetto "gnocco", una specie di focaccia fritta croccante, e' una cosa untissima, tanto unta che te la nomino, tu ti guardi allo specchio e hai gia' un brufolo nuovo. In mezzo a tutto questo scenario, Mimi' recita frasi cosi': "Conosco un posto dove gli assassini inseguono le loro prede camminando". Ribadisco: brrrrrr, anche perche' tirava un vento gelido. Ci sediamo al bar del paese, dietro il palco, come al solito Daniele mi riporta le battute del suo amico Vitaliano, quello che ha combattuto in Indocina e parla sempre di sesso, la "figa" di qua, la "figa" di la'. Non me l'ha ancora fatto incontrare perche' dice che io sono ancora troppo "politically correct", prima ci vuole un periodo di
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