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Speciali mentre sono ancora in fila. 
Almeno cinque barcollano, cadendo in vari punti.
Scarico la seconda raffica sui due addetti alla mitragliatrice, fino a esaurire il caricatore. Si accasciano tra le urla mentre intorno si scatena l'inferno.
Ho mirato al ventre, la parte molle del corpo, per prenderne piu' di uno con una raffica.
Il rumore degli spari mi assorda del tutto. I compagni muovono le labbra e solo dall'espressione dei volti intuisco ordini rabbiosi, accompagnati da colpi e gesti della mano verso il bersaglio da colpire.
Sdraiato al mio fianco l'aiutante mi passa i caricatori uno dietro l'altro. Proiettili traccianti, per orientare i colpi ad ogni tiro e migliorare la mira. Non vedo altro che lo stretto angolo davanti a me e sparo su tutto cio' che si muove.
Poi, improvviso, il silenzio. 
Quanto tempo e' trascorso? Un'ora, due?
Non possiamo essere certi del loro ripiegamento, puo' essere un trucco per farci uscire allo scoperto. Rimaniamo appostati alcune ore, pronti a far fuoco. Solo quando gli stormi di uccelli tornano a posarsi sugli alberi, abbiamo la conferma che si sono ritirati.
Ho perso la nozione del tempo, ma quando mi rialzo sono trascorse almeno otto ore da quando ho premuto il grilletto. Intorno a me un tappeto di bossoli. 
Nel raggio di fuoco del mitragliatore giace una decina di ragazzi.
I cadaveri adagiati sull'erba, irrigiditi nelle pose piu' strane, perfino ridicole. Sul volto, lo stupore della morte improvvisa.
Sfinito, stordito. Sto per svenire e i timpani mi fanno un male d'inferno. Ma non c'e' tempo da perdere. E' pericoloso restare qui. Una rapida ricognizione: abbiamo perso nove compagni e alcuni sono rimasti feriti. Per fortuna non sono gravi e possiamo trasportarli. Le perdite nemiche ammontano a piu' di trenta cadaveri, tra cui due istruttori occidentali. I loro feriti agonizzano a terra e si lamentano. 
Li freddiamo sul posto, come ci hanno insegnato.

La marcia di ritorno al campo base e' massacrante. Carichi delle armi dei morti e dei nemici, camminiamo tutta la notte, con brevi soste per riprendere fiato. 
Quando arriviamo a destinazione siamo stravolti dalla fatica, ma fieri di noi stessi. Abbiamo impedito ai nemici di intercettare la colonna di rifornimenti che transitava a est della nostra posizione.

45
Sentieri dell'odio
(Merda!)


Una volta rientrati al campo mi accorgo di essere fetido e bagnato. Non e' la diarrea dei giorni scorsi, e' stata la paura: mi sono cagato addosso durante il combattimento. 
Passo il giorno seguente a ripulirmi ed e' un'impresa ciclopica, perche' mi si e' seccato tutto nei pantaloni. Devo scrostarli col pugnale e la sabbia e lavarli con l'acqua.
I compagni indicano un punto del torrente sottovento, contorcendosi dalle risate. Rido anche piu' di loro. Ho salvato la pelle, non e' il caso di offendersi. 
So che posso realizzare il proposito fatto nella bottega di Toni e falgne'm. Sto facendo la mia parte, come promesso a quei vecchi antifascisti.
Per alcuni giorni possiamo riposarci e ho modo di ripensare a tutto quello che e' successo. 
Sono stato catapultato a 18.000 chilometri da casa, nel cuore di una foresta vergine, nel bel mezzo di una guerra tra governativi e gruppi comunisti.
Il ricordo del percorso che mi ha scaraventato qui e' ancora nitido. Il Tupolev sgangherato che mi ha sballottato per migliaia di chilometri; la pista malmessa, di lamiere, residuato dell'ultima battaglia francese nel Nord Vietnam, sulla quale siamo atterrati. L'autocarro militare che ci ha portati per giorni su sentieri sconnessi, centinaia di chilometri, fino a sud del fiume Luo'ng, al confine tra Vietnam e Laos centrale. Un luogo selvaggio, ma servito da una rotabile che collega piccole citta' immerse nella foresta. E poi la sensazione di impotenza, quando i vietminh ci hanno consegnato ai partigiani dei gruppi estremisti, con a capo l'istruttore cinese Chung  Li. E ancora i soldati vietnamiti che hanno abbandonato le divise per vestire
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