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piu' intimi.
La convocazione dei militari arrivo' pochi giorni dopo. Invece dei soliti due mesi di preavviso, mi intimavano di presentarmi subito alla caserma del 9 CAR di Bari. Non so dire perche'. Di certo aveva a che vedere con i miei precedenti, o forse avevano intuito qualcosa dei miei piani.
Teo mi consiglio' di partire subito, come se niente fosse. Appena arrivato, dovevo scrivere ai milanesi per indicare con esattezza il luogo dove mi trovavo. Loro avrebbero pensato a tutto, non dovevo preoccuparmi.

Arrivato a Bari scrissi subito la lettera e dal primo momento mi preoccupai di costruire il personaggio dello "smemorato". Bisognava trovare dei testimoni, gente che avrebbe confermato con i superiori: Ravagli? Eh, si', fin da subito mi era parso strano, parlava dei suoi vuoti di memoria. Raccontai qualcosa di me ai commilitoni, intercalando spesso con Eh, pero' adesso non saprei dire di preciso, m'e' rimasta tanta di quella confusione in testa, non sono sicuro, chissa' cos'ho fatto in quel periodo, ho come un buco. Avrei meritato un Oscar per l'interpretazione.
La risposta che attendevo arrivo' sotto forma di lettera di mio padre. C'era il suo nome nello spazio del mittente, e la calligrafia era davvero simile alla sua, con quegli svolazzi ottocenteschi che insegnavano i maestri di un tempo. I milanesi ci sapevano fare.
Le indicazioni erano semplici. Dovevo raggiungere una spiaggia deserta nei pressi di Fesca, dove si facevano le esercitazioni di tiro del CAR. Li' avrei trovato dei pescatori con una barca, che mi avrebbero riconosciuto dal fazzoletto rosso al collo.
La caserma si trovava fuori Bari, in aperta campagna, su una strada popolata soltanto da prostitute. Molti soldati aspettavano il buio per scavalcare il muro di cinta, piuttosto basso, e consolare la nostalgia di mamme e fidanzate tra le gambe di quelle signore. Nel caso mi avessero beccato, al momento della fuga, sarei stato uno dei tanti che andavano a chiavare sotto gli ulivi.
Quando raggiunsi Fesca, dopo molto cammino, mi imbattei subito nel gruppo di pescatori. Mi avvicinai.
Tu sei di Imola? domando' uno di loro.
Si' gli risposi. 
Allora vieni con noi.
Mi caricarono su un barcone a motore e di li' a poco ci lasciammo alle spalle le coste della Puglia. Io stavo malissimo, sono uno che vomita a veder muoversi una foglia, figuriamoci in mare aperto. 
Mangia, compagno, mangia mi invitavano i contrabbandieri, offrendo pane, salame, provolone e vino. Finii per ubriacarmi, il che di certo non fece bene al mio stomaco, ma almeno ero abbastanza stordito da non patire troppo il primo viaggio per mare.
Ci vollero due giorni per raggiungere Chioggia, la nostra destinazione, e dopo quella prima notte terribile, le acque si calmarono un po' o forse fu lo stomaco ad abituarsi.

Il viaggio via terra fu altrettanto sofferto. Lunghissime camminate si alternavano a percorsi di montagna a bordo di un furgone militare. Fui accompagnato oltre confine da alcuni frontalieri e quindi preso in consegna dai soldati sloveni che mi fecero sostare in una baita, forse un avamposto militare di montagna. Dopo alcuni giorni raggiungemmo una caserma che ospitava gia' una trentina di civili. C'erano tedeschi, spagnoli, italiani. Un istruttore ci insegno' i rudimenti nell'uso delle armi e nel combattimento.
I miei compagni d'avventura erano tutti disgraziati, con storie molto tristi alle spalle: genitori uccisi, madri fuggite di casa, persecuzioni personali. C'era anche uno delle mie parti, "Budrio", brutto come la fame, e nemmeno tanto a posto con la testa. Pero' era quasi un poeta, raccontava storie straordinarie, sempre in rima, con particolari erotici incredibili. Diceva di essere fidanzato con una gran figa, ma ogni volta che ne parlava c'era in lei qualcosa di diverso, e capimmo in fretta che era una balla. D'altra parte, quasi nessuno aveva lasciato a casa una donna o la famiglia. 
Masticando qualche parola d'inglese e il tedesco imparato a Cuffiano,
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