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confermano la sovranita' del governo reale, ma concedono al Path?t Lao il controllo temporaneo di due province nord-orientali, Huaphan e Phongs?l?, per radunare i suoi effettivi in attesa delle elezioni del 1955, dopo le quali dovra' smobilitare. Tutte le truppe straniere devono ritirarsi dal paese, fatta eccezione per una missione francese non superiore ai 1500 uomini, che si occupera' di addestrare l'esercito governativo, e una guarnigione che manterra' due basi francesi, non superiore ai 3500 uomini. 
Sul rispetto degli accordi, del cessate-il-fuoco in tutta l'Indocina e della neutralita' del Laos vigilera' una commissione di controllo internazionale, presieduta dall'India e composta anche da funzionari polacchi e canadesi. L'introduzione nel paese di armamenti e munizioni e' proibita dall'art.8 della Dichiarazione, fatta eccezione per "categorie giudicate necessarie per la difesa del Laos".
Gli accordi di Ginevra sono duramente contestati dagli elementi oltranzisti del regime di Bao Dai (innanzitutto dallo stesso Ngo Dinh Diem) e del governo reale laotiano. 
In realta' il Path?t Lao, tramite la delegazione vietnamita, ha ottenuto un contentino, non un riconoscimento formale. Quanto ai Khmer Issarak, se ne tornano a casa con una mano davanti e una dietro. 
In ogni caso, la pace di Ginevra e' solo una tregua, in attesa di una soluzione politica che non ci sara'. Tra non molto, tutta l'area ripiombera' nella guerra.

A casa, lo zio Ho attende Pham Van Dong per fargli una (poco convinta) lavata di capo. Cresce il risentimento nei confronti della Cina. Negli anni seguenti i contrasti si acuiranno, soprattutto dopo la rottura tra Cina e Unione Sovietica (1960-64), passando per l'invasione vietnamita della Cambogia e la cacciata di Pol Pot (1978), fino alla guerra  Vietnam-Cina del 1979.
Alla fine dell'estate, il Vietminh entra a Hanoi e ne fa la capitale della Repubblica Democratica del Vietnam. I cittadini francesi se ne tornano in Europa, portando con se' tutto cio' che riescono a trasportare, comprese le ceneri o le salme dei morti. Lo stesso succede al Sud. Sembra quasi che il Vietminh debba calare su Saigon da un momento all'altro.
Nel 1955, Pham Van Dong diventera' primo ministro della Repubblica, la prima persona a svolgere tale funzione dopo la separazione da quella di presidente, che rimarra' a Ho Chi Minh fino alla sua morte nel 69. 
Nel '73, a Parigi, Pham trattera' il cessate-il-fuoco con gli americani. Due anni dopo, con la presa di Saigon, diverra' premier del Vietnam riunificato, carica che ricoprira' fino all'86.
Morira' il 29 aprile 2000, a novantaquattro anni, proprio alla vigilia del venticinquennale della presa di Saigon.
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Da Bologna a Imola, 11 aprile 2000


Piano piano, quasi vergognandosi, le cose cominceranno ad andare meglio e la depressione degli ultimi due mesi allentera' la presa.
Arrivera' addirittura il giorno giusto per sbrigare il cumulo di faccende arretrate, piccole incombenze che la pigrizia affida sempre a domani: riparare il rubinetto, montare la mensola in camera, comprare un paio di pantaloni, restituire i cd a Gandolfi, passare in banca, far sviluppare le foto dell'estate scorsa.
Quando un rullino rimane troppo tempo in una macchina fotografica, non sai mai cosa puo' saltarne fuori, e non sempre i ricordi aiutano a decifrare tutto cio' che contiene. Nel caso in questione, una lunga sequenza di immagini newyorkesi culminera' con tre inquadrature di un anziano in posa di fronte a un rudere. 
Lo smarrimento durera' solo un attimo, necessario a spostare la mente nello spazio-tempo, per riconoscere e Fatr sullo sfondo della Crusazza.
La Crusazza! Se mi avessero detto che ci tornavo, prima di morire, non ci avrei creduto. Le parole dell'ex-partigiano sbocceranno dalla memoria: una copia di quelle foto non potra' che fargli piacere.
Nel disordine della scrivania, reso abnorme da un mese di stratificazione incontrollata, daro' la caccia a un foglietto, scarabocchiato in
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