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vita "normale". Hanno continuato a combattere, ognuno a modo suo: la fuga oltre cortina e una misteriosa permanenza in Cecoslovacchia per Teo, la testa delle manifestazioni per Bob. 
Ma poi? Poi arrivano gli anni Cinquanta, crinale difficile: scioperi e battaglie sociali combattute di strada in strada, da un lato, normalizzazione e sangue freddo imposti dal partito, dall'altro. E il boom economico dietro l'angolo, che avrebbe accomodato le borse e le coscienze.
Negli anni Cinquanta chi aveva l'istruzione o anche solo la voglia di trovare un proprio posto dentro le organizzazioni della sinistra democratica non ha avuto problemi ad essere accontentato. C'era bisogno di gente in gamba, giovani svegli e temprati dalla lotta. Gente come Mirco e come Sole.
Quelli come Teo e Bob si sono fatti da parte, senza chiedere niente a nessuno. Questione di carattere e stile di vita, forse, prima che politica, perche' comunisti lo sono sempre rimasti, fino alla fine. Per Bob si e' dipanato il bandolo di un'esistenza post-eroica che nessuno potrebbe invidiare: un lento spegnimento, sputando sangue nel fazzoletto. Per Teo il tentativo di costruirsi una vita privata, in disparte, una moglie da amare. Forse Teo un proprio angolo l'aveva trovato, qualcosa che lo riconciliasse con la delusione della rivoluzione mancata e l'avanzare dei tempi nuovi. Resta comunque un personaggio sfuggente, a tratti oscuro.
Il mito della Resistenza acclude quelli come Bob e Teo nell'agiografia leggendaria, ma non ne segue i percorsi negli anni a venire. 
Contadini e operai che scelsero di riscattare vent'anni di sudditanza e - come santi su un calendario laico - finirono col fornire la sponda a tutti quelli che non si erano mai ribellati. Dopodiche' sono tornati alla vita di prima, mandando giu' il rospo, lasciandosi la prospettiva del grande cambiamento sociale alle spalle. Sono tornati ad essere operai e contadini.  
Ripenso ai libri di Calvino e di Fenoglio letti tanti anni fa, a scuola. Tra i pochi che hanno saputo rendere la portata del trauma vissuto da molti. Il ritorno "a casa". Che in buona parte e' metafora del ritorno dell'Italia a se stessa, alla storia gattopardesca di sempre, storia di pagine voltate, ma talmente trasparenti da lasciare intravedere quello che c'e' sotto, ancora tutto qui, ancora merdosamente "nostro". La giustificata voglia di dimenticare il peggio porta con se' la rimozione dell'orrore: i vent'anni di fascismo che stanno dietro, ma anche i fascisti reintegrati nella vita pubblica, nella politica, uno stato spudoratamente "etico", la stessa cultura giuridica, i comunisti perseguitati, ostracizzati, i carabinieri, la Celere di Scelba. I "favolosi" anni Cinquanta.
E se lo stato non e' cambiato, e' comunque riuscito ad appropriarsi del mito popolare partigiano, a farne pilastro portante di una rifondazione piu' apparente che reale, con una soluzione di continuita' troppo scarsa rispetto al passato. Quando la mitologia popolare diventa Mitologia di Stato e' gia' spacciata. Smette di essere patrimonio collettivo e diventa materia per omelie istituzionali, diventa Memoria: una triste religione laica, amministrata dai sacerdoti di turno. E' cosi' che dietro al "Mai piu'!" proclamato dai palchi e dalle tribune, si nasconde la coazione a ripetere, la possibilita' che tutto torni nelle forme nuove e assai piu' moderne, "democratiche", del presente che ci viene consegnato.
Per capire qualcosa occorre sbriciolare il mito come ci e' stato tramandato e scavare fuori dalle macerie le storie vive. Quelle che nessuno ha raccontato. Le asce da disseppellire. Come quella di Teo e Bob, come quella del vietcong romagnolo. 
Combattenti di un'altra epoca. Sembrano passati secoli e invece alcuni di loro sono ancora tra noi, disposti a raccontarci quella storia. 
Una storia che si e' voluta "ripulire", per renderla inoffensiva. Per ricoprire la rabbia e la frustrazione di tanti, con le medaglie e gli encomi. Scelte schiacciate tra le calunnie di chi e'
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