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giustizia. Una sorta di addestramento rivoluzionario.
Non afferrai subito il concetto, e pensai che il mio amico stesse sognando ad occhi aperti.
Invece faceva sul serio.
Io stesso partirei  disse quel giorno con grande sincerita' ma ho gia' abbastanza nemici qui per non aver bisogno di cercarli da un'altra parte. Pero' conosco il modo per arrivare fin la'. Dovresti farci un pensiero, perche' se resti qui, finisce che ti metti nei guai. Te devi ammazzare dei fascisti, se no scoppi. E allora devi andare dove c'e' ancora da sparare
Non era il tipo da scherzare su certi argomenti. 
Nei giorni successivi tornai all'attacco piu' volte, per chiedere nuovi dettagli e informarmi meglio sulle possibilita' di quel viaggio. La proposta mi aveva folgorato. Lasciare l'Italia alle sue meschinita', rischiare la vita per una causa giusta come avevano fatto Bob, Teo e Pucci, sfogare tutto l'odio che mi era cresciuto dentro in quegli anni. 

Qualche settimana dopo annunciai al mio datore di lavoro che presto me ne sarei andato e che cercasse qualcuno per sostituirmi.
Cerco' di capire meglio le mie intenzioni ma non riusci' a cavarmi nulla. Dissi soltanto che di li' a poco aspettavo la cartolina dei militari, e in capo a due mesi sarei dovuto partire.
Non c'era tempo da perdere.

39
Appennino tosco-romagnolo, 15 marzo 2000

 
Orfeo Sabattani, detto "e  Fatr", e' un settantenne minuto, carnagione scura e respiro pesante d'asma. Parla l'italiano come seconda lingua, e preferisce esprimersi nel romagnolo di queste parti. Non solo e' stato amico del comandante Bob, ma a quindici anni ha partecipato ad alcune delle azioni piu' epiche della Trentaseiesima: il Castagno, Monte Battaglia, la prima linea a Borgo Tossignano. Nei libri che mi ha mostrato Sole, lunghe sezioni portano titoli come questi. Oggi ha la pensione minima, che arrotonda allevando cani da tartufo.
Sono stato io a fare la proposta. Non ho dovuto insistere molto. Abbiamo scartato Monte Battaglia perche' e' fin troppo facile da raggiungere, con tutti i cartelli e i ruderi del castello sulla cima. Ritrovare il luogo esatto della battaglia del Castagno ci e' parsa una sfida piu' allettante. Nemmeno e  Fatr e' convinto di arrivarci. Sono passati cinquantasei anni dall'ultima volta.
Usciti da Imola infiliamo la statale Casolana e la prima sosta e' una frazione a pochi chilometri da Riolo Terme, caffe' e cappuccino prima di puntare verso le montagne. All'ingresso del bar, un enorme statua di legno, un vecchio di oltre cinque metri d'altezza, fiasco in una mano e bicchiere nell'altra, sembra salutare le auto che sfrecciano sulla strada.
Spiega un po' chiedo mentre afferro una fagottino alla mela come mai ti chiamano E  Fatr, e' il tuo nome di battaglia?
No, in Brigata mi chiamavano "Piccolo", perche' ero il piu' giovane di tutti quanti e il piu' piccolo dei miei fratelli, che eran tutti partigiani. Pero' quel nome mica m'e' rimasto, come fai a chiamare cosi' uno della mia eta'? "e Fatr" invece viene da quando ero bambino e aiutavo mio padre nel lavoro, al consorzio agrario.
Le tazze di cappuccio planano fumanti sulla superficie metallica del bancone. Chiedo la solita lacrima di latte e mi trattengo dal tuffare la pasta nel liquido caldo.
Perche' non sei mai tornato nei posti dove hai combattuto? Brutti ricordi?
T'ho pur detto: son stato a Monte Battaglia e a Ca' di Malanca, per una commemorazione dell'anpi, anche se io la' non ci ho mica combattuto, ma adesso ci hanno fatto un piu' bel centro di documentazione, ci sono pure i letti, per chi vuol passarci qualche giorno e fare delle gite.
E il Castagno?
Una volta m'era venuto in mente di salire fin lassu'. Ero con la famiglia a fare un giro, sulla strada che va a Molino Boldrino, il posto dove stava Bob con il comando della brigata. Stavamo raccogliendo le more ed e' saltato fuori un signore, una specie di guardiano, a dire che dovevamo pagare un permesso. Va bene, dico, paghiamo pure, siamo in
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