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puliti, tutte pettinate e dignitose. Nessuna dimostra piu' di vent'anni.
Mi volto per chiedere a Sole se conosce qualche nome, ma e' sparito. Ritorna con un libro tra le mani. 
Ecco, guarda, in questo libro si parla delle donne nella Resistenza imolese. Mi mostra una foto: Imola, centro cittadino, fine anni Quaranta. La strada e' occupata da uno schieramento marziale. Davanti, disposte su sei file, le staffette, coi fazzoletti al collo e molte con gli occhiali scuri da "dure". Dietro, nello stesso ordine, gli uomini, guidati da Bob e dal Moro, anche lui con le immancabili lenti nere. Impressionante.
Sai, soprattutto noialtri in citta', ci siamo avvalsi moltissimo delle donne, perche' insospettivano meno, non avevano il problema della renitenza alla leva e della clandestinita'. Per trasportare le armi e gli esplosivi erano fenomenali. Quando poi stampavamo La Comune e i volantini, erano sempre loro a portarli in giro e a distribuirli. Mi lascia il volume e torna nella biblioteca a cercare altro materiale. 
Sfoglio il libro, Per essere libere di Livia Morini. Le immagini e i pensieri arrivano da un'altra era, e sono talmente tanti e affastellati, da travolgerti.
Leggo stralci a caso.

 Il giorno che mi e' rimasto piu' impresso di tutta la mia partecipazione alla Resistenza - continua Maria - e' stato il 29 aprile 1944 quando, nella piazza di Imola vi fu la manifestazione delle donne che Nella Baroncini e Prima Vespignani avevano preparato con tanta cura. Ricordo che quella mattina c'erano tutte le  bancarelle in piazza. Gli ambulanti si erano fatti coraggio: "Quante donne ci sono stamattina!". Una donna comincio' a chiamare il responsabile dell'Ufficio Annonario e tutte a gran voce cominciammo a urlare: "Fuori! Fuori!". Io e due compagne di Bologna eravamo assieme, li' in mezzo. Sentimmo degli spari: i fascisti avevano ucciso Rosa Zanotti ma non ce ne accorgemmo. I pompieri avevano avuto l'ordine di darci addosso l'acqua ma uno di loro ci disse: "Lascio libero il tubo, prendetelo voi". C'era tutta la fila dei fascisti davanti. Ci buttammo sul tubo e lo rovesciammo indietro contro la ganga. I fascisti spararono ancora e ferirono Livia Venturini che mi cadde sui piedi. Tutte le donne cominciarono a urlare e disperdersi. Noi eravamo rimaste la' in mezzo e non ci eravamo accorte che i tedeschi avevano circondato la piazza. Il 13 giugno Livia mori'.

Sfoglio ancora.

Ermelinda: la mia casa divenne una base. Era il ritrovo di tutti. Venivano i giovani, venivano i partigiani. Un giorno Ezio mi disse: "Bisogna formare i Gruppi di Difesa della Donna". E cosi' assieme a Ines, Lea, Iris e a tante altre compagne che purtroppo sono morte, riuscimmo a formare un buon gruppo organizzato: il nostro primo compito fu quello di procurare indumenti di lana, medicinali, viveri, denaro. Eravamo un buon gruppo; le riunioni le tenevamo un po' a casa dell'una e un po' a casa dell'altra. Molte giovani, delle ragazzine addirittura, furono organizzate da Enea Dallavalle nel gruppo delle Sappiste. Le ragazze avevano il compito di distribuire i volantini di propaganda antifascista e di attaccarli fuori. 
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In Rocca mi fecero subire la tortura del "bagno". Mi portavano su nel torrione e mi facevano fare il bagno, nuda, in una vasca. Figurati, eravamo in febbraio! Faceva tanto freddo e l'acqua era gelata al punto che rompevo il ghiaccio con il sedere. Poi mi lasciavano tutta la notte cosi' bagnata e nuda in cella e sai cosa facevo per scaldarmi? Mi raggomitolavo tutta e mi mettevo il materasso addosso, piegato in due: meta' sopra e meta' sotto.
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mi porto' un'altra volta dentro la sala che chiamavano "e scurgatori" perche' era li' che interrogavano, torturavano, massacravano. La' c'era Ravaioli. []. Ravaioli mi fece svestire ancora
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Una mattina, dopo che mi avevano interrogata a lungo ed ero sfinita dalle botte, accomodata male dalla fame e dalla paura, venne in cella Lorenzo il muratore che credo fosse anarchico e lavorava in
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