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veloce, io incrociai le braccia. Avrei dovuto lavorare a un ritmo disumano, era inaccettabile. Rimasero tutti sconvolti da quel gesto, gli altri operai e i sorveglianti, perche' nessuno lo riteneva possibile. "Come? Come puoi sottrarti al lavoro? Sei matto? Guarda che finisci male!", e cosi' via. Invece io rimasi proprio li', in piedi, accanto alla macchina, con le braccia incrociate per tutte le otto ore. 
Pochi giorni dopo arrivarono i carabinieri a casa e mi arrestarono. Finii nel carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna, con l'accusa di "rivolta in stabilimento militare" e "offese al caporeparto". Per fortuna trovai un buon avvocato, che mi fece assolvere per insufficienza di prove: non potevano dimostrare che avessi incitato ii compagni a seguire il mio esempio, ne' che avessi maltrattato il caporeparto. Semplicemente mi ero sottratto al lavoro. Era stata una rivolta personale. Cosi' dovettero rilasciarmi. 
Quando tornai a Imola, fui avvicinato da Francesco Sangiorgi, che di li' a poco sarebbe diventato uno dei promotori della Resistenza imolese, insieme a Giovanni Nardi "Caio". Sangiorgi mi diede una copia di estratti da Il Capitale e una del Manifesto del Partito Comunista e mi disse che se li trovavo interessanti avrei potuto aderire al partito. Provai a leggere Il Capitale, ma era troppo complicato per me. Invece trovai molto interessante Il Manifesto. Cosi', dissi a Sangiorgi che se i comunisti volevano combattere i tedeschi e realizzare quello che c'era scritto li' dentro, a me poteva stare bene e avrei aderito al loro partito. 
Subito dopo l'8 settembre, la prima operazione a cui partecipai fu il recupero delle armi abbandonate dall'esercito italiano che si disfaceva. Le nascondemmo per quando ci sarebbero servite. I tedeschi occuparono Imola quasi subito e il 14 settembre '43, guidati dagli informatori fascisti, fecero il primo rastrellamento di antifascisti in citta'. Nardi e Sangiorgi erano in cima alla lista, ma riuscirono a scappare. Decisero che sarebbero andati in Istria, a combattere con i partigiani jugoslavi e cosi' fu.
L'esperienza pero' duro' poco. Sangiorgi mori' lassu' e Nardi torno' con la convinzione che ognuno doveva fare il partigiano a casa sua, dove conosceva bene il territorio e aveva contatti tra la popolazione. 
Il 4 novembre, un gappista uccide un Seniore della Milizia fascista, in via Sassi a Imola. I tedeschi scatenano la rappresaglia, arrestando cinquanta persone. Da quel momento e' conflitto aperto. Cinque antifascisti imolesi vengono fucilati al Poligono di tiro di Bologna.
Nello stesso mese il primo nucleo di partigiani, guidato da Caio, sale verso il monte Faggiola, e s'insedia a Cortecchio, in un casolare chiamato "Albergo". Nelle intenzioni di Caio doveva diventare il centro di reclutamento per la brigata partigiana. Ma l'inverno e' troppo rigido e il gruppo, guidato da Andrea Gualandi, si trasferisce sulle montagne romagnole dove c'e' l'VIIIa Brigata. Caio ritorna a Imola e a gennaio risale con un secondo gruppo, insediandosi di nuovo all'Albergo.
Con lui ci sono Luigi Tinti "Bob", Graziano Zappi "Mirco" e Dante Cassani "Gario" di Bubano, "Libero" da Riolo Bagni e Orlando Rampolli "Teo" da Sesto Imolese, che poi si distinguera' nella battaglia di Ca' di Guzzo. 
Il 23 febbraio una spiata provoca un rastrellamento. Duecento fascisti circondano la casa in cui si trovano venti partigiani e un cagnolino di nome Tito. Gario e Libero rimangono uccisi. Due giovani bolognesi sono fatti prigionieri e portati in un lager. Tra i fascisti viene colpito a morte Brina, uno dei loro capi, uno squadrista che aveva fatto la marcia su Roma.
 I partigiani superstiti, guidati da Caio e da Bob, si ritrovano a Monte Mauro e raggiungono l'8a Brigata sul Falterona e sul Fumaiolo. 
Tornati sulla Faggiola a meta' aprile, vi troveranno il raggruppamento partigiano della 4a Brigata comandato da Libero Lossanti "Lorenzini".
In maggio, fascisti e tedeschi organizzano un rastrellamento nella zona. Caio 
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