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profonda. Come di chi e' stato raggirato o costretto a fare cose che non condivideva. 
Tornato in Italia, era rimasto nascosto in attesa dei documenti che gli avrebbero permesso di restare. Quando i carabinieri lo interrogarono, per sapere dove fosse stato tutto quel tempo, rispose di non ricordarsi piu' nulla, di aver perso la memoria e di essersi aggregato a una carovana di zingari girovaghi.
Mi accorsi presto che Teo era molto diverso dai compagni del Bar Nicola. Partigiani lo erano stati quasi tutti, con piu' o meno coraggio, e in un modo o nell'altro ognuno aveva un'impresa da raccontare: se non era Ca' di Guzzo era Ca' di Malanca, o Monte Battaglia o il Falterona. Ma Teo non si cullava nei ricordi, non si credeva un grande compagno solo perche' era stato in montagna tra i primi o aveva tenuto a bada i tedeschi dalla cima di quel tetto. Lui continuava a combattere, sempre, in ogni modo possibile. Tutte le volte che qualcosa non gli tornava, lo faceva notare senza mezzi termini e se pensava che tu fossi diverso da come dovevi essere, allora facevi bene a stargli lontano. Per quello nessuna cooperativa si fece avanti per assumerlo, era facile immaginare il casino che avrebbe combinato la' dentro. Rimase povero ed emarginato, ma con grande dignita'. Era un lupo solitario che non si era messo l'animo in pace e non sarebbe mai sceso a patti con l'ingiustizia.
Pero' se ti era amico era una persona molto generosa. L'esperienza partigiana gli aveva lasciato il senso della fratellanza nella lotta, quella che ti porta anche a farti ammazzare per aiutare un compagno in difficolta'. Per me, divento' un grande amico, a meta' tra un fratello maggiore e un secondo padre, mise da parte il carattere ombroso e mi accolse sotto la sua ala.  
Cosi' diventammo una coppia temibile. Non eravamo inquadrati nel partito e non prendevamo ordini da nessuno, ma tra il suo passato nella Resistenza e le mie infinite disgrazie, nessuno poteva dirci niente. 
Anche perche' se ci avesse provato, se ne sarebbe pentito amaramente.
35
Imola, 5 marzo 2000


Elio Gollini, nome di battaglia "Sole", e' bonario e disponibile. Ma dietro le lenti spesse e l'aria innocua si cela uno dei capi delle SAP di Imola, oggi dirigente dell'ANPI locale e presidente del CIDRA, archivio e museo della Resistenza e dell'antifascismo. 
Una mente temprata da anni di meticolosa archiviazione: libri, opuscoli, manifesti, reperti bellici, uniformi. Quando preme l'interruttore e i neon illuminano le sale, si scopre un piccolo tesoro di storia. 
Siamo da soli, ad aggirarci nel museo.
Qui vengono soprattutto le scuole. mi dice Tante. E io racconto i fatti della lotta di liberazione e del Novecento.
Su una parete e' riprodotto un plastico della Linea Gotica, con le battaglie e le linee di avanzata degli Alleati e dei partigiani.
Ci sono vecchie radio e macchine ciclostile, con cui Sole stampava clandestinamente il bollettino del Partito Comunista. Nelle teche: bombe a mano, mine anticarro, pistole, fazzoletti rossi, divise dei campi di concentramento. Poi i manifesti della propaganda fascista, editti che incitano alla delazione contro i "ribelli" e i "banditi", mappe e fotografie, tantissime.
Si aggira per le stanze illustrandomi tutto con perizia assoluta: se al telefono ha esordito con un "non so se potro' esserle d'aiuto", sono bastate poche domande per farlo partire a briglia sciolta e adesso non si ferma piu'. Il taccuino si riempie di appunti e annotazioni, tanto che decido di ricorrere al registratore. 

Sono entrato nel Partito Comunista nel '43, in conseguenza di un fatto successo alla Cogne. Io lavoravo li' come fresatore e la Cogne era una fabbrica di produzione bellica, quindi sottoposta all'ordine militare. Fui protagonista di uno sciopero individuale. Allora non avevo ancora coscienza politica, avevo appena diciannove anni, ma quando il caporeparto comincio' a insultarmi e a lagnarsi del ritmo di produzione, e taro' la mia macchina perche' andasse piu'
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