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era sempre lo stesso. Da una parte arrivava il corteo, dall'altra la polizia. Si fronteggiavano per un po', facevano muro uno contro l'altro, poi quasi sempre scoppiava il tafferuglio. 
Quel giorno il cuore dello scontro furono i Forni. 
Fu uno spettacolo, perche' tutti quelli che si rifugiavano dentro il cortile, ad ogni carica e controcarica uscivano lordi di merda. Una donnona obesa nostra dirimpettaia si rifugio' nel cesso. Non c'era mica la tazza, allora: due pietre con la forma del piede e un buco per terra. Scivolo', ci cadde dentro col culone e non fu piu' in grado di rialzarsi. Alla fine, dovettero chiamare i pompieri per tirarla su, perche' nessuno ci riusciva, il posto era stretto, tutto scivoloso di merda, e lei gigantesca.
A un certo punto, per riprendere fiato, uscii dalla mischia e mi sedetti sul marciapiede. Di colpo, mi accorsi che "Faina", un portaordini, mi stava venendo addosso con la moto. Mi alzai in piedi, le gambe che tremavano, e rimasi immobile, con una mano in tasca. Quel giorno non avevo la pistola, ma lui doveva pensare che l'avessi. Infatti non ebbe il coraggio di venirmi addosso, viro' bruscamente e il motore gli scivolo' via da sotto il culo. Cadde a terra, rialzandosi proprio di fronte a me. Me lo trovai li', ancora stordito, a gambe divaricate. Gli mollai un calcio nelle palle, che cadde per terra mezzo svenuto.
Il commissario Massagrande, a venti metri, vide la scena e urlo': Quello la' vuole fare l'eroe, addosso!
Si precipitarono su di me, mi inseguirono e ci trovammo vicino al cortile dei Forni da dove usciva la fiumana di gente immerdata. I celerini mi raggiunsero e cominciarono a picchiarmi, ma ero talmente eccitato che non le sentivo. Ne presi uno per il moschetto e per strapparglielo cominciai a girare intorno, tanto da sollevarlo. Vidi Pucci di fronte all'officina di Gallotti. Voleva aiutarmi, ma Ramero, il fabbro, lo teneva stretto. Pucci doveva stare attento, perche' da quando a Imola era tornato Caprara, il fascista che aveva cercato di fucilarlo, era un sorvegliato speciale.  
Prima di perdere i sensi per le botte, mi resto' impressa l'immagine di Pucci che cercava di divincolarsi piangendo di rabbia. 
Mi risvegliai su un camion della polizia insieme ad altri compagni. Non sentivo male, tanta era la rabbia che avevo in corpo. 
Se avessi portato via il moschetto al celerino, avrei sparato.
Ma i piu' vecchi, anche quelli che erano stati in Spagna, ci dicevano di stare calmi, che non era ancora il momento, e i burocrati dicevano che la polizia ci provocava proprio per farci commettere un passo falso e dare la scusa agli americani per invadere. Allora sarebbe finita come in Grecia, dove i comunisti erano stati tutti massacrati.
Un funzionario comincio' a interrogarmi e a minacciare mesi di galera. 
Cosa ci facevi in una manifestazione politica? Come mai i tuoi genitori non ti hanno tenuto a casa?
Non gradirono le mie risposte, e mi mollarono molti ceffoni. Mi picchiavano in tre, mentre un quarto mi teneva incollato alla sedia. 
Proprio quel giorno mia madre aveva ottenuto il permesso dal sanatorio di Budrio per passare qualche giorno in famiglia. Non sapevo che l'avrei potuta rivedere, altrimenti sarei rimasto a casa ad aspettarla.
I vicini le dissero che mi avevano bastonato e arrestato. 
La vidi entrare nell'ufficio del commissario Massagrande con una violenza e con tali urla da spaventare chiunque.
Caro commissario, non riuscira' mai a far paura a mio figlio!
Signora, si calmi  provo' a rispondere lui.
Ne ha passate piu' lui di tutti voi messi assieme. Se non lo fate venire a casa con me e riprendere il lavoro, vi porto qui tutti i suoi fratelli con la tibici', cosi' potrete capire cos'e' la disperazione.
Pochi attimi dopo mi riconsegnarono a mia madre. Appena fuori ci abbracciammo, ma poi mi prese a pedate, perche' ero uno dei pochi sani della famiglia e dovevo pensare al lavoro, invece che alla rivoluzione.

La situazione politica di quegli anni era
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