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cazzotto che gli tirai in bocca lo scaravento' contro il muro. Ne seguirono altri, e mentre picchiavo quel vigliacco molto piu' grande di me, gli urlavo: Questo e' un acconto per mio fratello Benito e questo per il figlio di Me'z Miglio', ti ho visto dalla finestra quella sera, quando gli correvi dietro e hai sparato. Ti ho visto bene, la mi' be'la Briga'ta Nera.
Don Mino, il parroco, venne in suo aiuto. Quando me lo trovai addosso, che cercava di trattenermi, tirai fuori la pistola e lo colpii col calcio sulla faccia. Odiavo quel prete piu' dei fascisti, perche' oltre ad aver parteggiato per loro durante il ventennio, ogni domenica, dal pulpito, spargeva merda sui partigiani. Il colpo al viso lo fece desistere. 
Il fascista scoppio' a piangere. 
Ero li', fermo, ansimante di rabbia, la Steyr in pugno, e lo guardavo contorcersi in un angolo. Era un uomo meschino, capace solo di essere forte con i deboli e cagasotto con chi non chinava la testa. Un miserabile come tanti, che col fascismo aveva vissuto un momento di gloria, e adesso non era piu' nessuno.
Prima di scappare avvertii entrambi che da li' in avanti avrei lisciato il pelo a tutti e due se fosse capitato qualcosa a mio fratello o a chiunque altro per causa loro.

Quel giorno mi resi conto che avrei potuto farlo. Mirare alla testa di quel vigliacco o a quella di don Mino e premere il grilletto. E se del primo avevo avuto pieta', il secondo lo avevo risparmiato solo perche' cosi' avrei firmato la mia condanna.
Ero pazzo. Per questo mi temevano. Tutti sapevano che non avevo niente da perdere: ero in guerra. In guerra con tutti.
Tempo dopo, nella mia classe alle scuole Carducci, il prete parlo' male dei comunisti durante l'ora di religione, e chiamo' i partigiani "assassini". Un ragazzino ripetente, piu' grande di me di alcuni anni, gli rispose per le rime e il prete lo strattono' e gli mollo' diversi ceffoni. Il ragazzino reagi'. La confusione attiro' il mio maestro Giovanni Gaddoni, repubblicano convinto, che resosi conto della situazione, prese il prete per un braccio e lo trascino' in direzione. 
Qualche giorno dopo, prima dell'ora di religione, aspettai il prete nel cortile della scuola e lo affrontai chiamandolo fascista e vigliacco, perche' si permetteva di picchiare i ragazzini come avevano fatto le brigate nere. Poi gli sparai tre colpi di pistola tra le gambe, per farlo ballare come un orso da circo.
Fu un avvertimento. Il segnale di quello che avrei potuto fare.  

Un altro giorno, mentre piallavo un'asse nella bottega di Piri' Be'rba, lo sentii parlare con Gardli'na. Bestemmiavano e inveivano contro un'ex-prostituta che aveva ripreso a farsi vedere in giro come se niente fosse. Tutti sapevano che era stata una spia dei fascisti e che aveva venduto tanti partigiani alla Brigata Nera. Com'era possibile che una persona del genere restasse in circolazione? Non c'era dunque nessuna giustizia che potesse raggiungerla?
Soltanto una sbraito' Piri' la giustizia di noi altri!  e si mise a sparare sul fondo della bottega, per sbollire la rabbia repressa.
Io ascoltavo e sentivo l'odio crescermi dentro. 
Poi afferrai la pistola e sparai anch'io sulle assi.
29
Bologna, 15 febbraio 2000


Mirco si aggiusta il berretto per ripararsi dalla pioggia, mentre cerchiamo di raggiungere il portico senza inzupparci troppo. 
Mi ha dato appuntamento a San Giovanni in Monte, alla facolta' di Storia. Al telefono ha detto di avere delle novita' e siccome andava li' per una conferenza, ci siamo dati appuntamento. 

L'argomento e' interessante: la violenza politica dopo la Liberazione. I professori meno. Ma dopo le riflessioni storiografiche interviene un vecchietto, Leone Sacchi, partigiano di Carpi, ottantasei anni, italiano stentato e voce rotta dall'emozione. Chi lo presenta dice che nei giorni immediatamente successivi alla liberazione del modenese si distinse per aver salvato dal linciaggio uno della Brigata Nera, che poi ha ugualmente fatto una brutta fine.
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