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non si puo' parlare di uomo ex. Spirito di ribellione e capacita' di adattamento hanno permesso a Vittorio di superare le situazioni piu' deprimenti, quelle in cui molti sono rimasti incagliati.
Offre da bere il suo vino e non smette di parlare, con l'emozione e il dettaglio di chi ti racconta un fatto successo l'altro ieri.
Guerra partigiana, carcere, tentativi di evasione, scioperi. Sul Vietcong romagnolo: niente. Non ha mai sentito parlare di un canale di espatrio con l'Indocina. Zero.
Gli appunti finiscono, il registratore tace.
Resta il piacere di ascoltare una storia.
28
Sentieri dell'odio
(La giustizia di noialtri)


Fu allora che cominciai a odiare. 
Parlavano di riconciliazione, di lotta democratica, bisognava ricostruire, mettere via le armi e tornare a lavorare, lottare col partito all'interno delle istituzioni. E piu' Togliatti gettava acqua sul fuoco, piu' la campagna contro i comunisti si faceva feroce e ce ne dicevano di tutti i colori. Preti, democristiani, poliziotti, fascisti riverniciati: avevamo tutti contro. "Pace", "lavoro", "democrazia progressiva". Belle parole davvero. La risposta erano le botte dei celerini e la propaganda dei preti.
E io? Qual era il mio posto, in quel bel quadretto? Avevo quattordici anni e nessun futuro. La miseria mi tormentava come prima. I miei familiari si ammalavano ancora. Ero sempre lo stesso miserabile ragazzino, lavoravo come un mulo per mantenere i miei e vedevo i ricchi imolesi, quelli che avevano appoggiato il fascismo con tanto di camicia nera e braccio alzato, negli stessi posti di sempre. Ma allora perche' si era fatta la Resistenza? Perche' tanti erano morti giovani? E Bob, e Pucci, e il Moro, e Teo, per che cosa avevano rischiato la vita?
Non capivo. Non potevo capire. Perche' quando la fame morde, fai fatica a farti una ragione di quello che vedi. Gli altri si' che erano bravi: avevano la pancia piena e un bel posto di lavoro! Loro si erano sistemati e quelli come me dovevano mettersi buoni e fare quello che gli veniva detto.
Nossignore. Io odiavo. Ero sempre alla ricerca di un fascista che mi avesse guardato storto per sparargli in una gamba. Non c'era pace dentro di me, non poteva esserci perche' per me la guerra non era finita. Odiavo i poliziotti che potevano picchiarmi con la legge dalla loro. Odiavo i ricchi con la coscienza sporca, odiavo gli antifascisti dell'ultima ora. E odiavo anche tanti compagni, si', burocrati che pretendevano di dirmi cosa fare, che volevano farmi ubbidire alle direttive. Ero uno scandalo per loro, perche' la situazione della mia famiglia mandava all'aria tutti quei bei discorsi sulla riconciliazione. Non avevano parole per me, non c'era un discorso convincente.
E poi c'erano troppi crimini, delazioni e tradimenti rimasti impuniti. Tanta gente era morta per la vigliaccheria dei collaborazionisti, per il loro silenzio complice o per le loro soffiate. Come potevamo perdonarli? 
No, io non avrei perdonato nessuno e soprattutto non avrei sopportato piu' la loro arroganza.

Da un po' di tempo vedevo rincasare mio fratello Benito, di due anni piu' giovane di me, in lacrime e malconcio. Era un tipo fragile, sempre in bilico tra pleurite e tibici'. Ero quasi un padre per lui e spesso lo difendevo dalle prepotenze dei piu' grandi.
Un suo amico mi riferi' cosa gli stava succedendo. In parrocchia, a San Giovanni, c'era un adulto che lo maltrattava e a volte lo cacciava via a scapaccioni, perche' veniva da una famiglia di tisici. Alcune madri di ragazzi che frequentavano l'oratorio avevano sparso la voce che non avrebbero piu' mandato in parrocchia i figli per paura del contagio. 
Andai a San Giovanni nero di rabbia. L'uomo che maltrattava mio fratello era stato un milite della Guardia Nazionale Repubblicana, che un giorno del '43 aveva tentato di ammazzare un ragazzo dei Forni, Carlo, detto "e fio'd Me'z Miglio'" ["il figlio di Mezzo Milione"]. 
Entrai dal portone della chiesa e me lo trovai subito di fronte. Il primo
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