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Non c'era nessuno a presidiarla, altroche'. E nemmeno c'era qualcuno ad aspettarci dall'altra parte. L'organizzazione mostrava le prime pecche. Abbiamo passato una notte intera in mezzo al bosco. Ci siamo avvicinati a una casupola per domandare dove fosse il posto di polizia piu' vicino. "Polizia, polizia" chiedevamo, ma quelli pensarono che fossimo noi la polizia, e spensero subito tutte le luci.
Al mattino, arriviamo in un paese e riusciamo a trovare i poliziotti e un'interprete. Dicono che ci stavano aspettando subito oltre confine ma non ci hanno visto. Ci credo, i russi avevano detto di non farci notare!

La tappa successiva e' Ceske Budejovice. Dieci giorni in un albergo, dal quale all'inizio non si puo' nemmeno uscire. Poi Vittorio convince i suoi accompagnatori a lasciargli un po' di liberta'.

Ma insomma, eravamo profughi politici, no? Di cosa avevano paura, che scappassimo? Ma se eravamo noi a chiedere asilo!  Perche' saremmo dovuti andar via?
Una volta arrivati a Praga ci hanno portato al Comitato Centrale del Partito per un interrogatorio. Da Roma erano arrivati i nostri nuovi nomi, e i documenti erano gia' pronti. L'interrogatorio serviva come identificazione: controllavano che quello che dicevi coincidesse con il dossier. Bastava un piccolo errore e diventavi sospetto. Un ingegnere italiano fini' in galera con l'accusa di essere una spia perche' sapeva parlare sei lingue, russo e ceco compresi, e la data di nascita che aveva dichiarato non era la stessa stampata sul documento falso.  
A settembre veniamo inquadrati nei Collettivi di Lavoro e mandati in campagna a raccogliere patate e barbabietole. Faceva un freddo cane, anche perche' non avevamo i vestiti adatti. A Bologna ci avevano detto: "Non prendete niente, la' c'e' tutto". Invece, niente. Scarpe consumate e quattro stracci. 
Ci facevano lavorare in condizioni tristi. Io pensavo che se me l'avessero detto prima, quasi quasi andavo in prigione in Italia. Non era certo il trattamento che mi aspettavo. Tra l'altro, insieme a noi, c'erano anche dei prigionieri di guerra tedeschi: pero' loro guidavano il trattore, noi ci spaccavamo la schiena sui campi.
Un giorno viene un gran acquazzone e dobbiamo interrompere la raccolta. Ci rifugiamo nel casolare e mettiamo i vestiti ad asciugare. Appena smette di piovere, un funzionario ceco ci dice di tornare a lavorare. Io allora mi incazzo: "Finche' quei vestiti non sono asciutti, noi la' fuori non ci torniamo!". Lui allora comincia a sbraitare, a insultarmi e tra le varie cose capisco che mi da' del fascista. Allora gli mollo un pugno in faccia che lo stendo. Credevano che anche noi fossimo prigionieri di guerra.
Grazie a quell'episodio, la musica e' cambiata. In quei giorni era in visita a Praga l'onorevole D'Onofrio, del pci. Abbiamo ottenuto di incontrarlo e ci siamo presentati da lui cosi' come eravamo, con gli abiti da lavoro tutti trasandati. Lui per poco non si e' messo a piangere. Ha detto che era una vergogna, che c'era stato un disguido, che noi avevamo lottato per l'Italia libera e non potevamo essere trattati in quel modo, che i piani erano ben diversi.
Dopo dieci giorni sono arrivati i vestiti. Ci hanno riportato a Praga e abbiamo cominciato la scuola di partito, sotto la direzione di Foschi, un comunista pelato con un basco nero in testa che sembrava Nenni.
[Interviene Mirco:] Uno che aveva tradotto in russo il De Rerum Natura di Lucrezio, come primo esempio di poema materialista. E' vero che vi proibiva di avere rapporti con le donne del luogo? [Drago:] Non mi pare proprio, anzi, un giorno ci porto' a Praga con l'intento preciso di farci conoscere un po' di ragazze. 
[Mirco:] E tutte le sere vi faceva controllare i pozzi per essere sicuro che non fossero avvelenati, vero? 
[Drago:] "Questo si', aveva una gran paura del sabotaggio, e' vero.

La scuola e' formata da circa 50 alunni, le materie sono sei, il corso dura nove mesi e si tiene in una villa a trenta chilometri dalla
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