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avevano sparato diverse raffiche nell'acqua, ma non vedendolo riaffiorare, avevano pensato che fosse affogato e se ne erano andate.

Quando pero' "Cito" mi raccontava del Pozzo di Becca, la mente si riempiva solo di pensieri tetri e i brividi mi salivano su per la schiena. 

Siamo all'ultimo mese di guerra. Dopo la battaglia di Ca' di Guzzo i partigiani che si sono salvati restano dispersi e cercano di guadagnare la liberta', chi fugge da una parte chi dall'altra. Alcuni vengono presi, e tra questi il sottoscritto, che vengo catturato e messo nella rocca di Imola dove il capo della Brigata Nera, uno di Faenza, un lottatore grande e grosso, Ravaioli, comincia a torturarci. Quando sai che ti tortureranno non puoi sapere se resisterai, quanto resisterai. E non e' che hai tanto tempo per pensare. Allora io decisi di fingere e faccio i nomi di quelli che sapevo erano morti o avevano gia' passato le linee alleate. Riesco a evitare la tortura, mi picchiano un po', poi abbiamo una botta di culo. Da Budrio, siccome c'era stato un bombardamento, chiedono a Imola se hanno dei prigionieri da mandare a scavare le macerie. Quindi ci consegnano ai tedeschi e ai pompieri. Cosi' ci siamo salvati. E non siamo finiti nel Pozzo di Becca. E t'capi'? Poi passano venti giorni. Cinque o sei giorni prima della fine della guerra, la Brigata Nera di Imola tortura 16 partigiani catturati, tra cui il mio amico Minghine', li evirano, bruciano i testicoli, strappano le unghie e li tagliano a pezzettini. E poi ritirandosi verso il Po, li buttano dentro al pozzo dello stabilimento Becca. Era un luogo dove si lavorava la frutta, ormai distrutto dai bombardamenti. Poi con le bombe fanno saltare tutto.
Quando Imola viene liberata, due giorni dopo, per il fetore e per le urla che si erano sentite, tutti immaginano che li' dentro ci siano dei corpi. Gli Alleati scavano e tirano su questi poveri resti. Il governatore polacco, che comandava la piazza di Imola, sviene e poi firma un documento per prelevare la Brigata Nera di Imola dal campo di concentramento di Coltano, vicino Verona. I partigiani vanno la', prelevano i fascisti, e fanno in modo di arrivare a Imola di mattina. Tutta la cittadinanza e' avvertita. Si fermano vicino alla caserma dei carabinieri, ma la gente e' troppo inferocita. I carabinieri non hanno il coraggio di uscire per prendere in consegna i prigionieri, restano chiusi dentro. Il camion viene preso d'assalto, Bob e i suoi cercano invano di tenere lontana la folla. Le brigate nere vengono fatte a pezzi. Senza il Pozzo di Becca si sarebbero salvati la vita. 
Gli Alleati poi ci hanno lasciato otto giorni di tempo per regolare i nostri conti, dopodiche' l'ordine doveva essere ristabilito. E un po' di conti sono stati regolati, altroche'.

Il ritrovo degli eroi. Il luogo dove andavi ad ascoltare i racconti delle imprese piu' coraggiose e incredibili. Questo per me era il Bar Nicola. Ma i carabinieri di Imola lo chiamavano "il Cremlino". 

27
Bologna, 10 febbraio 2000


Due pagine fitte di appunti e una cassetta audio con i passaggi piu' emozionanti sono il risultato netto di oltre due ore in compagnia di Mirco e Vittorio Caffeo "Drago".
Dopo dieci anni passati in Cecoslovacchia, fino al 1959, l'uomo che a Praga si chiamava Laffi non da' affatto l'impressione di essere ex. Ex tutto, come scrive Fiori. 
La villa sulle colline di Casalecchio, devastata dal passaggio ravvicinato dell'autostrada Bologna- Firenze, e' il primo segnale concreto di una vita ricostruita, di certo non spesa a macerarsi nel ricordo di una sconfitta. Il secondo indizio e' la vitalita' di Vittorio Caffeo, il tono della voce, il modo in cui ti racconta di aver reagito a mille soprusi. La critica per gli sbagli del passato convive con l'orgoglio di chi si e' battuto dalla parte giusta. Ascolti il rumore dei camion lanciati verso sud e non invidi la Societa' Autostrade, che oggi merita la rabbia di questo quasi ottantenne.
Gli appunti cominciano con una data: 1949,
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