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quelli delle brigate nere. I morti dei tedeschi sono sempre di piu'. Ma siamo bloccati.
Guerrino, insieme ad altri tre compagni, esce dalla casa per raggiungere le compagnie superstiti della Sessantaduesima e la compagnia della Trentaseiesima comandata da Oscar, perche' vengano ad aiutarci. Ma non riesce a convincerne molti: torna con appena una ventina di partigiani della Sessantaduesima e tre o quattro della compagnia di Oscar. Cercano di venire in nostro aiuto, attaccando i tedeschi alle spalle. Sfruttando l'effetto sorpresa rompono l'accerchiamento e ci urlano di uscire in fretta, prima che i tedeschi si riprendano. Solo che noi non potevamo sentirli, perche' sparavamo come dei forsennati, eravamo completamente sordi. In pochi minuti i tedeschi capiscono che non li ha attaccati una compagnia, ma solo pochi partigiani, e manovrano per imbottigliarli. I reduci della Sessantaduesimaa sono costretti a ritirarsi. Ca' di Guzzo non ha piu' scampo.
A quel punto Gaudenzi e Teo dicono ai ragazzi che la situazione e' disperata. Teo dice: "L'unica possibilita' di salvare almeno alcuni di noi, e' uscire fuori e sparare all'impazzata, finche' c'e' ancora la nebbia. I piu' fortunati ce la faranno. Ma sappiamo tutti che se i tedeschi entrano qui siamo morti."
Il dottor Palmieri, medico della compagnia, dice che lui rimarra' vicino ai feriti: "Io sono un medico e la Convenzione di Ginevra mi protegge". Teo gli risponde che forse sara' il primo a morire, ma e' giusto che ognuno decida per se'.
Tolgono i sacchi dietro alla porta e quelli che hanno deciso di tentare scattano fuori uno alla volta correndo come lepri. E' allora che, attraverso una parete spaccata dai colpi di mortaio, alcuni tedeschi sparano dentro la casa. Due dei nostri vengono falciati e io rimango ferito al braccio. Teo spiana il mitra e impallina i tugni' dalla stessa apertura. Io salto fuori e mi metto a correre col braccio a penzoloni e il Mauser stretto nell'altra mano. Teo dietro, a pochi passi. Corro come un matto, tra gli spari e le urla, tre tedeschi davanti a me, sono su quattro partigiani feriti e li stanno finendo fracassandogli la testa con le casse dei fucili, mi vedono, sono li' a pochi metri, e' finita, urlo: "Teo, dioboiaaa, im a'maza'!" ["Teo, dio boia, mi ammazzano!"], e lo vedo spuntare dalla nebbia, saltando i cadaveri, il mitra appoggiato allo stomaco, sgrana una raffica corta e precisa, i tedeschi cadono sulle loro vittime urlando come cani.
Ci siamo salvati in diciotto. 
Quando i tedeschi sono entrati a Ca' di Guzzo, hanno impiegato i partigiani per recuperare le salme dei camerati morti. Ne avevamo lasciati sul campo 140. Dopodiche' hanno fucilato tutti ai bordi della letamaia. 
Il dottor Palmieri, prima di essere passato per le armi, ha medicato anche i feriti tedeschi. La Convenzione di Ginevra non gli e' stata d'aiuto.  

Era difficile dire qualcosa dopo un racconto come quello. I commenti erano fatti a voce bassa, come per rispetto ai caduti. 
Quando chiedevo che fine avesse fatto il famoso Teo, le risposte erano sempre vaghe: E' via. In Cecoslovacchia. 
Impossibile ottenere qualche informazione in piu'. Anzi, era meglio non farne di domande, perche' rischiavi che cambiassero discorso e tanti saluti alle altre storie. Se non li interrompevi invece, poteva capitare di riuscire a sentire anche la storia di Pucci, di quando si salvo' per miracolo e bus de cul.
Assieme ad altri due partigiani di Imola, Lino Balbi "Pucci", era stato catturato dalle brigate nere lungo il fiume Santerno. Era il tramonto, e i fascisti avevano deciso di fucilarli sul posto. Quindi li avevano messi tutti e tre in fila lungo l'argine e avevano puntato le armi. Pucci si era tuffato in acqua nel momento stesso in cui avevano aperto il fuoco, scampando alla raffica che aveva ucciso i compagni. Un proiettile lo aveva preso a un piede, ma lui era un ottimo nuotatore, si era immerso sott'acqua e aveva nuotato in apnea fino a che non era stato in salvo. Le brigate nere 
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