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comandante di compagnia scrive in furia un biglietto, me lo consegna da portare a Bob di corsa, perche' capisce che i ragazzi non ce la faranno ancora a lungo. Molti sono al battesimo del fuoco. Bob si trova al comando del battaglione a Molino Boldrino, piu' a nord, a un'ora di cavallo.
Parto al galoppo, e arrivo che Bob e' dentro la greppia delle mucche tutto appallottolato nelle coperte, col dottore e altri che tentano di scaldarlo per abbassargli la febbre, perche' ha uno degli attacchi di malaria che gli venivano ogni tre o quattro giorni.
Quando mi vede capisce subito che a Monte Cece le cose vanno male e mi strappa il biglietto di mano. Lo legge, poi mi chiede come stanno le cose davvero.
Io gli dico che i tedeschi sono ormai a cinquanta metri dalle nostre posizioni e sono una maremma, non riusciamo a fermarli. Abbiamo gia' quattro morti e dei feriti e riescono gia' a colpirci con le bombe a mano. Il morale e' a terra: "Sai, Bob, vengono su con degli urli che ti gelano il sangue! Il mio amico, quello che e' venuto in brigata assieme a me, dallo spavento ha la cagarella e il vomito. L'abbiamo messo al riparo dalle schioppettate piu' giu', dietro a un cespuglio di ginestre, e caga di continuo. Se non usciamo dal rastrellamento morira' di paura!"
Bob comincia a bestemmiare col dottore che vuole impedirgli di andare in combattimento in quelle condizioni, che spaccherebbero in due un toro da monta. Ma Bob ordina a Poletti Livio di preparare il cavallo e la sua Maschine-Pistole con molti caricatori. Poi salta in sella e mi dice di fargli strada fino alla zona del combattimento. Bob sa che sono poco piu' che un bambino, non ho ancora la barba! Ride e mi fa: "E la paura come va?"
Io avevo quindici anni, ero il piu' giovane partigiano della Trentaseiesima, avevo una paura tremenda, ma cercavo di stare calmo. Non volevo far brutta figura coi miei fratelli piu' grandi che erano li' in brigata.
Quando arriviamo, Bob vede subito che la compagnia di Sergio e' ripiegata su quella di sinistra e quella di Kaki sulla destra, lasciando un varco nel mezzo, dove i tedeschi cercano di passare.
Chiama i due comandanti delle compagnie e urla che se i tedeschi prendono la posizione sulla cresta del monte ammazzeranno tutti i 250 partigiani e il battaglione verra' distrutto. Loro insistono: l'unica maniera di scamparla e' ritirarsi combattendo e guadagnare il folto del bosco per scivolare via.
A quel punto Bob urla: "Da qui non si ritira nessuno!". E si mette a imprecare e a mollare legnate con la Maschine sui piu' terrorizzati, per scuoterli dal panico, quello che ti prende alle gambe e ti frega, non puoi piu' muovere un passo.
Trascorrono alcuni minuti che sembrano secoli, e per tutto il tempo lui li guarda tutti dritto negli occhi. Poi esclama: "Quando ci spostiamo di qui andiamo addosso ai tedeschi!"
Poi da' altre pedate nel culo per stroncare la paura sul nascere. Se ci ritiravamo, in pochi minuti i tedeschi piazzavano le MG-42 sulla cresta e facevano il tiro al piccione!
Giu' nell'avvallamento, da dove i tedeschi erano partiti, in mezzo al castagneto, c'era una casa colonica e si vedevano molti soldati li' attorno. Quando sente le urla delle donne e dei bambini, Bob non ci vede piu'. Alza sulla testa la Maschine-Pistole e urla con una voce disumana, che rimbalza da una roccia all'altra e ci fa rizzare i capelli in testa a tutti quanti: "Avanti Garibaldi! All'attacco, dio boia, all'attacco!". E si lancia giu'.
All'improvviso, e' come se tutti i partigiani non avessero mai avuto paura. Tutti si mettono a correre contro i tedeschi, con delle urla e delle bestemmie da far paura al Diavolo.
I tugni' non s'aspettano un assalto all'arma bianca, tanto meno da un battaglione di straccioni che pensavano di aver gia' battuto. Presi di sorpresa, abbandonano le armi, gli zaini e le giberne e scappano giu' per il vallone fino al Senio, lo guadano e sempre di corsa salgono sul versante opposto. 
Bob dopo trecento metri di corsa e' crollato a
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