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coraggiosissimo, abituato al rischio e alle azioni spericolate: l'incubo della Brigata Nera imolese. Cercarono pure di fucilarlo, ma riusci' a salvarsi per miracolo, tuffandosi nel fiume un attimo prima che il plotone sparasse.
Pucci, Bob e chissa' quanti altri. Ho dovuto restringere il campo. Testimonianze sugli irriducibili, su chi non ha abbassato le armi e ha continuato a uccidere, gente con esperienze di espatrio e di esilio, uomini incapaci di adattarsi alla "democrazia progressiva" o perseguitati dalla giustizia. Mirco non ha avuto esitazioni.
Ne conosco diversi. Uno era Teo, adesso non mi ricordo il nome "civile", che dopo la guerra se ne ando' in Cecoslovacchia. Era un cane sciolto, un vero ribelle, uno che sopportava a fatica la disciplina della Brigata. 
E lo sapresti rintracciare?
Si e' sparato, mi pare fosse il '67, quando i medici gli hanno diagnosticato un tumore. 
Un attimo di silenzio poi, senza bisogno di domande, Mirco ha ripreso a parlare.
C'e' Avio. Anche lui dopo la guerra dovette andarsene in Cecoslovacchia e poi in URSS, ma lui sta ancora in Russia. Poi c'e' Bill che e' delle mie parti: e' stato a Praga tanti anni. Ce ne sono molti altri, comunque, che non erano con me in Brigata. Alcuni stanno qui in paese. Anzi guarda, e' appena mezzogiorno, forse facciamo in tempo a farne venire uno.
Mirco si e' fatto passare il telefono e ha composto un numero. All'altro capo del filo, un amico reticente. 
Ma no, figurati, non vogliamo mica sapere i motivi per cui sei dovuto scappare, ci mancherebbe. Al ragazzo interessano i particolari sull'espatrio, la vita da esule politico, le difficolta' che avete incontratoNon vuoi proprio parlare? Va bene, capisco, grazie lo stesso.
Ha riattaccato, ma non si e' arreso. Ha sollevato di nuovo la cornetta e dopo essersi un po' imbrogliato coi tasti mi ha passato il ricevitore.
Tieni, fai tu. Lui si chiama Vittorio Caffeo. Digli che hai parlato con me.
Una voce sottile, con un che di malinconico, ha risposto alla chiamata. 
Vittorio Caffeo?
Si', sono io.
Il nome di Mirco ha sciolto ogni perplessita', ha capito subito cosa m'interessava e si e' detto disponibile per una chiacchierata. Senza esitazioni, e' partito dagli aspetti piu' amari.
L'inizio non e' stato per niente facile. Non ci avevano detto come stavano le cose. Ci hanno messo a lavorare in campagna, al freddo. Io non avevo mai fatto il contadino, capisci?
L'ho fermato subito: cose da raccontare con piu' calma. Mi piacerebbe molto conoscerla per parlare di tutto questo. Possiamo darci un appuntamento?
D'accordo ha risposto Verra' anche Mirco, vero?
Fissati giorno e ora e terminata la conversazione, ho girato la domanda all'interessato.
Mirco ha allargato le braccia e sorriso, niente in contrario.
Sono sicuro che il Vietcong romagnolo interessa anche a lui.
26
Sentieri dell'odio
(Il Cremlino)


Ogni volta che "e  Fatr" ci raccontava quella storia, nel Bar Nicola non sentivi volare una mosca. Lo ascoltavano tutti, attenti a non perdersi nemmeno una parola. E lui era bravo, perche' ti mimava le scene, e ci metteva quella foga che ti sembrava d'esserci stato anche tu col Comandante Bob, quel giorno.

Per sfuggire al rastrellamento tedesco il mio battaglione si sposta nella zona di Monte Cece. La mia compagnia sale su e fissiamo il comando alla Crusazza, la vecchia casona dei contadini. La mattina dopo, all'alba, le sentinelle ci avvertono che in fondo alla vallata ci sono i tedeschi. Vengono su per rastrellare tutta la conca. Noialtri siamo schierati a ventaglio su in cima, la mia compagnia a sinistra, poi quella di Sergio e l'altra di Kaki. 
Poco dopo l'avanguardia tedesca arriva a tiro. Alle otto abbiamo gia' i primi morti. Le due compagnie centrali si ritirano ai lati. I tedeschi possono infilarsi in mezzo e spezzare la nostra linea. Sono circa trecento, poi hanno con loro cinquanta ss italiane, perche' li sentiamo urlare in dialetto. Si mette male. 
Allora il
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