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ce le avevano, ma le nostre erano piu' grosse.
Stavamo gia' divagando. Gli aneddoti di Mirco mi hanno subito affascinato, e cosi' il modo di raccontare condito ora da un acuto di voce, ora da una risata sommessa. Con uno sforzo, ho placato la curiosita', per tornare alle domande previste.
Hai mai sentito parlare di un partigiano romagnolo che e' andato a combattere in Indocina?
Non si e' scomposto: In che anni, scusa?
Negli anni Cinquanta.
Non saprei, gli italiani laggiu' erano quasi tutti legionari
Legione Straniera, si', lo so. Ma io sto parlando di uno che ha combattuto contro i francesi.
Ah, insieme al Vietminh? Guarda, negli anni Sessanta, alle Frattocchie, ho sentito dire da qualcuno del Partito che c'erano degli italiani con Ho Chi Minh. Ma i vietnamiti preferivano che i compagni occidentali restassero a far propaganda nei loro paesi contro l'intervento americano, piuttosto che inviare uomini e armi. Di quelli ne avevano a volonta'.
Ho capito subito che Mirco mi avrebbe dato informazioni interessanti. Non e' "solo" un ex-partigiano: ha lavorato a Mosca, conosce il russo, ha fatto da interprete a pezzi grossi del PCUS. Non potevo accontentarmi di un generico "Hai mai sentito parlare di", dovevo ricavare un giudizio sulla verosimiglianza di tutta la vicenda.
A te sembra possibile che un partigiano arrivi fino in Indocina? E come?
Possibile e' possibile. Pensa che mentre stavo a Mosca dei compagni faentini mi hanno chiesto di indagare presso il kgb su un compagno romagnolo che si diceva avesse combattuto con Che Guevara. E pare ci fosse un italiano anche sul Granma, la nave di Fidel Castro che sbarco' a Cuba dal Messico. Quindi, e' possibile. Pero', doveva avere qualcuno dietro.
Per esempio il pci?
Non credo, non l'ho mai sentito dire. In quegli anni il pci organizzava l'espatrio in Cecoslovacchia, nient'altro. Puo' darsi c'entrasse il pcus, all'insaputa dei compagni italiani. Non credo fosse possibile arrivare fin la' dall'Italia senza che il pcus ci mettesse becco. Poi chissa', magari mi sbaglio, ma forse allora c'era un canale dei cinesi attraverso l'Albania, non saprei.
Piu' in la' di cosi', non ha voluto spingersi, ma e' partito in quarta con una lunga digressione sul comunismo albanese, Enver Hoxha e una compagna di Tirana conosciuta a Mosca che rifiutava di ballare il rock'n'roll, in quanto musica imperialista. 
Da li', non saprei come, siamo poi ritornati in Italia, alle gesta memorabili dei partigiani piu' coraggiosi.
Luigi Tinti, detto Bob, era il comandante della Trentaseiesima. Mi trattava come un fratello minore, diceva che gli portavo fortuna, ero la sua mascotte. Lo ammiravo perche' era audace, scaltro e senza paura. Un uomo d'azione, insomma, pronto a rischiare la pelle. Uno che non stava mai con le mani in mano: anche nei momenti di relativa tranquillita', trovava sempre qualcosa da fare. Rifornimenti, requisizioni, imboscate. 
Sei rimasto con lui fino alla Liberazione?
No. Verso fine maggio 44 mio padre riusci' a rintracciarmi. Io non volevo tornare a Bubano, ma lui convinse Bob a concedermi una licenza premio. A casa, tutta la famiglia insisteva perche' lasciassi la brigata. C'era una specie di amnistia per i ribelli che si presentavano ai carabinieri entro il 25 maggio. Io non sapevo di quella amnistia. Mio padre mi disse che era riuscito a commuovere il maresciallo col motivo che avevo solo sedici anni. Alla fine ho ceduto. Ma non mi sono arreso: a giugno ero gia' nella VIIa gap, il corpo speciale dei partigiani di pianura. Fui anche arrestato dalla Gestapo ma riuscii a fuggire. Poi presero mio padre come ostaggio ma per fortuna anche lui riusci' a svignarsela durante un bombardamento. Ci spettavano le azioni piu' rischiose: attacco a camion tedeschi, disarmo dei nemici, eliminazione di spie. Ho anche ritrovato Lino Balbi "Pucci" un coetaneo che avevo conosciuto sul Falterona, per poi perderlo di vista nel grande rastrellamento di aprile. Pucci era un gappista
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