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risposto che non volevo un giudizio politico, ma una testimonianza e qualche racconto. Persecuzioni giudiziarie ed espatri, il ritorno alla normalita' dei reduci della montagna,  cosa significava in quegli anni "aver fatto la Resistenza". Insomma, l'ho convinto.
Ci siamo dati appuntamento alla biblioteca comunale di Casalecchio. L'ho riconosciuto subito: in mezzo ai molti ragazzi intenti a studiare, l'unico anziano in piedi, accanto alla porta. Sguardo vivace, capelli bianchi pettinati all'indietro, occhi azzurri e il tipico accento delle terre romagnole.
Mi ha accolto come fosse il padrone di casa, e ne ho dedotto che da queste parti Mirco dev'essere una specie di celebrita', uno da salutare per strada. Certo, fuori dalle grandi citta' il ricordo della Resistenza e' rimasto piu' vivo, ma non c'e' solo questo a fare di Graziano Zappi - ecco il nome - un personaggio speciale. 
La direttrice, con molta premura, ci ha riservato un tavolo del suo ufficio piu' due sedie, perche' potessimo parlare tranquilli. Dopo le presentazioni, Mirco si e' subito scusato di non avermi invitato a casa sua.
Sai, non c'e' troppo spazio da me, sto ospitando Antonio Gramsci.
Ho pensato che mi prendesse in giro. Antonio Gramsci?
Si', il nipote di Gramsci, si chiama Antonio anche lui. E' un ragazzo giovane, vive in Unione Sovietica. E' in Italia per una conferenza e dorme da me.
Partigiani ed espatriati sono passati subito in secondo piano. Ho chiesto a Mirco come facesse a conoscere la famiglia Gramsci.
Ho avuto molti rapporti con l'Unione Sovietica e' stata la spiegazione A fine anni Cinquanta sono stato nella redazione italiana di Radio Mosca, poi ho fatto il traduttore dal russo per le edizioni Progress e l'accompagnatore delle delegazioni pcus ai congressi del pci.
Ha sorriso del mio stupore, fiutando la domanda successiva. 
Hai vissuto molto tempo nei paesi dell'Est?
Dieci anni. Cecoslovacchia, urss, Germania Est e poi di nuovo urss.
All'origine di questi espatri ci sono spesso vicende che non si raccontano al primo venuto. Cosi', ho provato ad aggirare la domanda diretta, ma Mirco ha capito subito.
No, non sono stato la' per via della giustizia. Era il 56 quando sono arrivato a Praga, e' stata una proposta del Partito che io ho accolto con piacere.
Ho deciso di farmi raccontare tutto dall'inizio.  
Come hai fatto ad arrivare in Cecoslovacchia, avevi un permesso?
 No, le autorita' italiane rilasciavano il visto solo ai diplomatici. Quella volta sono passato dalla Svizzera: treno fino a Zurigo e poi aereo per Praga. Gli anni prima, pero', era piu' difficile.
Sei stato a Praga anche prima?
Non a Praga, a Berlino, nel '51, per il Festival Mondiale della Gioventu'. Andammo in treno fino a Vienna. La citta' allora era sotto l'amministrazione quadripartita: una zona agli alleati, una ai sovietici. Scendemmo nella parte russa e da li' prendemmo un treno per l'Est. Al ritorno, i doganieri italiani immaginavano benissimo dov'eravamo stati, ma non potevano dimostrarlo. Allora, per punirci, tassarono qualsiasi cosa avessimo con noi, persino i souvenir. Ci trattennero quasi quattro ore. 
E come facevano a sapere che venivate da Berlino Est?
Lo sapevano. La polizia a quei tempi sapeva tutto. Pensa che negli anni Sessanta ho chiesto il rinnovo del passaporto e sono stato chiamato in questura. Mi hanno ricattato: il rinnovo in cambio di alcune informazioni sulle divergenze tra Amendola e Berlinguer. Cosa vuoi che ne sapessi! Dissero che allora il documento sarebbe rimasto da loro per un po', perche' tanto mi serviva solo per andare a Mosca. Gli dissi che non era vero, che non c'ero mai stato. Allora mi mostrarono una cartelletta grossa cosi': "Questo e' il suo fascicolo, signor Zappi: ci sono anche le bobine dei suoi interventi a Radio Mosca."
E tu cos'hai fatto?
Cosa vuoi che facessi, gli ho chiesto se tenevano delle cartellette cosi' solo per noi rossi o se ne avevano anche per gli altri. Risposero che si',
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